GECRE – Tecniche di problem solving

Il 20-21 dicembre 2017 ho partecipato al corso ENGINEERING GECRE – “Tecniche di problem solving”.
Il corso è stato tenuto dalla Dott.ssa Lara Cesari Psicologa del lavoro e delle organizzazioni.
Sono state 2 giornate dense di spunti, interessanti e piacevoli.

Un pò di teoria e molte esercitazioni di gruppo.
Alcuni dei concetti trattati:

  • Problemi
    • Complicati:
    • Complessi: appartenenti a più di un dominio. Sono la maggioranza
  • Le trappole cognitive
    • Certezza delle proprie convinzioni -> Falsificazione
    • Autoreferenzialità -> Domande esplorative
    • Lettura rigida dei nessi->Creatività, Rilettura dei nessi
    • Primato delle contigenza -> Segnali deboli, Costruzione di scenari possibili (almeno 3)
  • La potenza dell’autoscolto:
    • Dillo a Teddy
    • Le bamboline guatemalteche
  • Problem finding e Problem solving creativo
    • Inversione o capovolgimento
    • Brainstorming
    • What If
  • Promuovere l’autoascolto con le domande aperte
  • L’importanza dei segnali deboli
  • Il pensiero strategico
  • La scala della padronanza di sè
  • Esercitazione dei naufraghi

Bibliografia

Il Tenente Colombo

Il Tenente Colombo e’ un personaggio televisivo, interpretato da Peter Falk protagonista di una serie poliziesca statunitense molto longeva.
In ciascun episodio ,autoconclusivo, il protagonista Tenente delle squadra omicidi di Los Angeles deve trovare il responsabile di un omicidio.
Il colpevole di turno viene interpretato da vecchie glorie della tv americana tra cui il grande William Shatner (già James T. Kirk).
Caratteristica originale della serie e’ che lo spettatore assiste all’omicidio e quindi conosce fin da subito l’assassino.

Questo artificio narrativo è interessante perchè, invece di rendere lo schema ripetitivo, consente agli sceneggiatori di indagare sul rapporto psicologico che si instaura tra il protagonista ed il cattivo di turno.

Vediamo l’assassino mentire scientemente, provare a depistare le indagini, accampare scuse ed inventare storie a sostegno del proprio alibi.
Osserviamo Colombo che pone le sua bislacche domande ed appunta tutto sul taccuino, poi fa le sue grottesce digressioni sulla moglie, sul cugino , infine saluta ed esce dalla stanza.
Il mentitore è stupito e stordito, si rilassa un attimo ed ecco che il Tenente rispunta inspettatamente per “ancora un ultima domanda”.
E la domanda è piccola ed insignificante, ma rivelatrice del fatto che Colombo ha fiutato la scia della preda.
A questo punto come un boa constrictor, la spirale del Tenente: fatta di indizie e congetture si chiude in modo lento ma inesorabile sull’omicida.

All’inizio dell’episodio la spocchia, l’arroganza, la ricchezza ed il successo ostentanti del coprotagonista sono schiaccianti rispetto all’aspetto da peones del Tenente: auto scassata, impermeabile stazzonato, sigaro spento, capigliatura scompigliata.

Nel corso della storia però, lentamente le parti si invertono.

Il Tenente nonstante i suoi modi rozzi e dimessi dimostra infatti molto presto una mente acuta e dà prova di una logica inattaccabile che mette sempre piu in difficoltà il sospettato fino ad indurlo alla confessione.

Colombo è un antieroe, per questo e’ affascinante.
Ogni episodio è la rivincita di un onesto cittadino che solo grazie al suo acume, vince sul potente di turno convinto di farla franca.

In questo frammento è contenuto l’essenza del personaggio ed il suo messaggio positivo, così controcorrente al giorno d’ oggi.

 

Il prisma come metafora del Problem Solving

Recentemente ho partecipato ad un corso sul Problem Solving.
Ai partecipanti è stato chiesto di scegliere un avatar che li rappresentasse mentre sono alle prese con il problem solving.
L’avatar che ho scelto io è questo:

L’immagine naturalmente è la copertina di “The dark side of the Moon” dei Pink Floyd ma rappresenta concettualmente la scomposizione della luce bianca nelle sue componenti primarie tramite un prisma.
Quest’immagine mi sembra una buona metafora visiva del processo di problem solving in cui, il raggio di luce rappresenta il problema, l’attraversamente del prisma è la fase di analisi e le componenti colorate rappresentanto le molteplici possibili soluzioni che emergono: fase divergente.

Il processo prosegue tra tutte le possibili soluzioni si fà sintesi e se ne sceglie una che và a risolvere il problema iniziale: fase convergente.

In sintesi il processo di Problem Solving può essere visualizzato così:

A dire la verità il concetto di convergenza e la presenza del fattore temporale sono elementi colti da un acuto collega durante l’esercitazione di ascolto reciproco.

Due considerazioni a margine di questa esperienza.

  1. Il concetto di tempo non mi è balzato agli occhi quando ho descritto il processo eppure era piuttosto evidente.
    Il tempo mi affascina molto come concetto ma forse sto cercando di sfuggire alla sua influenza è un argomento che merita un approfondimento.
  2. Confrontando il mio avatar con quello dei colleghi mi sono reso conto che l’immagine che ho scelto non è un personaggio. L’immagine esprime bene il concetto ma ho effettuato una spersonalizzazione.

“Fare e costruire”

Se sei della mia generazione forse ricorderai l’enciclopedia “I Quindici”.
E’ un must degli anni 70 che molti bambini hanno avuto modo di leggere.
Il volume che preferivo tra tutti e che mi ha segnato maggiormente è quello intitolato “Fare e Costruire”.

Era un volume per sperimentare e grazie ad esso ho attraversato le lunghe e noiose domeniche invernali.
Forse è vero che ciò che siamo si manifesta fin piccoli.
Io da quei tempi non sono cambiato molto, la mia curiosità è rimasta intatta e continuo allegramente a sperimentare ma in ambito informatico.

Fonti di ispirazione

Le mie fonti di ispirazione sono molteplici e di diversa natura. Ci sono dei personaggi che più di altri mi hanno fornito interessanti spunti di riflessione sia in ambito professionale che personale:

Un Harley Davidson all’improvviso

La vita a volte ti riserva delle belle sorprese.
Così può capitare che tua moglie decida di prendere la patente per la moto e di comperare un’Harley usata e diventare una biker: evviva!

Io ho le mie idee in fatto di moto, sono un orgoglioso possessore di una XT, ma per qualunque motociclista l’Harley rimane pur sempre un mito e poterla provare stuzzicava la mia curiosità.
Dopo essermi documentato a fondo su pregi e difetti finalmente ho avuto l’occasione di provare la Forty Height 1200.

La moto è imponente da ferma ma anche affascinante.
La chiamano il ferro ma chi ha forgiato questo metallo ci ha messo un’anima e poi lo stile minimalista a me piace.
Se l’XT ricorda un Mustang la Forty mi ricorda un Ardennese.

Di Marie-Claire – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11991656

La sella è molto bassa, il manubrio alla giusta altezza, il peso non si avverte troppo.
L’accendo: un ruggito prende corpo dallo scarico e mi incute un certo timore.
Non passerà certo inosservata: ma gli scarichi sono originali ? Meglio rimanere con il dubbio.
Ruotando il gas il grosso bicilindrico vibra vistosamente ma le vibrazioni non si trasmettono al manubrio, è una senzazione straniante per me che sono abituato ad essere scosso dal mono dell’XT.
Ingrano la prima: CLUNTCH! tipico suono onomatopeico del cambio Harley Davidson.
Parto ma le pedane in posizione avanzata non mi sembrano intuitive soprattuto quando è necessario fermarsi in emergenza: io le metterei centrali.
Noto invece che gli specchietti rivolti vero il basso funzionano bene, ammetto che ero scettico.
Il motore è poderoso, 70 cavalli con tanta coppia ai bassi come un  trattore.
Rispetto all’XT mono 600 questo è il doppio esatto: un bicilindrico 1200.
Per me la magia Harley è poter snocciolare le marce con un filo di gas e tenere i 60 in 5°: certo se il rumore dello scarico fosse meno accentuato.
Le buche e lo sconnesso si sentono soprattuto dietro: ho letto che molti cambiano gli ammortizzatori.
La moto è agile ma sulle curve lente non mi trovo ho paura di toccare le pedane.
Si accende una spia: RISERVA! Azz non avevo il pieno, ma ho fatto pochi chilometri. Capisco perchè il serbatoio è detto peanuts (nocciolina) solo 8 lt: almeno un 12 litri…
Il Ferro sul “ferro” : è stata una bella esperienza da ripetere.
Ma per andare in motagna non toglietemi la mia XT!

Una moto giapponese ed il mito del West

La mia carriere di motociclista iniziò a 16 anni.
Grazie ai bei voti a scuola, per gentile concessione di mio padre, ottenni la mia prima moto una Gilera 125 ER.
In quegli anni il mercato delle 125 era vivacissimo e c’erano in giro moto italiane bellissime.
Con l’ER feci molti chilometri e mi divertì molto.

Poi fino a 35 anni, pur nutrendo una profonda passione per le moto e la meccanica, non ho più avuto alcuna moto.
Così, quando arrivava la primavera ed insieme al ronzare della api giungeva il rombo di una moto che passava, soffrivo un po’ in silenzio.
Poi grazie anche ai colleghi di lavoro, motociclisti di vecchia data, si è risvegliata in me l’idea un po’ folle di comprare una moto.
Qualche tempo prima, andando a Milano per lavoro, in una via laterale, avevo notato più volte una moto parcheggiata in modo distratto, probabilmente abbandonata alle intemperie. Si trattava della mitica Yamaha SRX 600!
E’ una moto passata quasi inosservata in Italia, ma che da adolescente mi aveva affascinato molto.
Così decisi di ricominciare la carriera di motociclista da questa modello così particolare.
Dopo qualche ricerca, con un po’ di fortuna, ne trovai una dell’86.
Una moto rara dalla linea retro, ma futuristica per i sui tempi: una naked monocilindrica con scarico corto.
In Italia non è stata capita nel nord-Europa invece la venerano.

Con l’SRX ho ricominciato ad assaporare il piacere di andare in moto.
Con il tempo però ho scoperto che il mio pragmatismo mi impedisce di essere un collezionista.
In altre parole non amo possedere oggetti, preferisco le sensazioni che possono trasmettermi.
Per cui dopo qualche anno sono passato ad una più “recente” e pratica YAMAHA XT 600 del ’98.

Non so come spiegarlo per me andare in moto è magia pura.
Il momento ideale è la primavera, aria tiepida, senza vento, non ci sono insetti, il cielo è terso e l’aria è piena di profumi si và verso il Monte Catria.

Come si fà a descrivere e trasmettere una sensazione  ? E’ difficile. Consiglio di provare prima come passeggero magari e poi come conducente.

Sono un minimalista. Sarà che ho l’animo del progettista e quindi amo e pratico la difficile arte della semplicità. Credo sia per questo che la mia moto è una Yamaha XT.
Leggera, robusta, facile e polivalente incarna perfettamente il concetto di cavallo del vecchio Far West un Mustang.

Di U.S. Department of the Interior – Wild Horse in Piceance, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=45410133

Niente di sofisticato un cilindro, un cuore, una sola chance.
Motore raffreddato ad aria, niente complicazioni.
Una ruota da 21 davanti che fà da timone, un leggero controsterzo e scende in curva.
44 cavalli sono pochi, ma la potenza viene sprigionata subito in modo docile accompagnata da un rassicurante borbottio da motozappa.

Così senza orpelli e sofisticate diavolerie ciò che rimane è una moto onesta che sa regalare pura emozione:

  1. quando in primavera ti trovi a sorpassare un mezzo rallentato dal traffico,  con un piccolo gesto l’XT accelera ubbidiente e ti teletrasporta oltre e ti sembra di avere i superpoteri.
  2. quando ti immergi tra le montagne e affronti placidamente come in un balletto curve e tornati mantenendo il giusto equilibrio tra forza centrifuga e gravità.
  3. quando lasci l’asfalto e trotterelli su lunghissime salite guidando in piedi e assaporando i panorami spettacolari tra Marche ed Umbria.

Sei solo, ma non sei mai veramente solo, hai fatto un percorso, ma non è chiaro chi abbia realmente guidato.
Sono momenti di piena solitudine e di libertà che una foto non riesce a restituire.

Così come nel Far West a poca distanza da un cowboy solitario c’era sempre un fedele cavallo, così nella modernità, durante le peregrinazioni di un motociclista, c’è sempre una moto al suo fianco e se guardi bene spesso quella moto è un’ XT.

Essere un Ranger

By U.S. Marine Corps Cpl. Aaron Hostutler [Public domain], via Wikimedia Commons
Non so a te, ma a me capita spesso di fare un bilancio della mia vita professionale.
Provo a guardarmi da lontano e rifletto su ciò che sò, ciò che faccio, come  potrei fare meglio il mio lavoro e come posso aiutare gli altri a farlo meglio.
Ti sei mai chiesto qual’ è la tua essenza nel profondo ?
La mia è affrontare un problema e cercare di risolverlo in modo elegante con la speranza che possa essere di aiuto alla comunità di cui faccio parte.
Il mio spirito è quello del Ranger che và in avanscoperta, si muove da solo o in gruppo con equipaggiamento leggero su terreni sconosciuti. Forte della sua esperienza è pronto a tutto, esplora territori nuovi li mappa, trova una via poi torna alla base e fà da guida al resto del gruppo.
Credo che la mia sia un’attitudine che deriva dalla curiosità e dalla vocazione alla formazione.
A ciò  si aggiunge l’esperienza fatta in contesti operativi dove l’efficacia e l’efficienza sono elementi primari per la sopravvivenza.
Il Ranger spesso si muove da solo per essere più veloce, ma per valutare scenari ampii opera necessariamente in squadra.
E’ coraggioso e rischia in prima persona ma si muove avendo ben presente la responsabilità che ha verso il gruppo.
Guarda avanti e precede gli altri, interpreta i segni ma una volta rientrato alla base deve anche saper essere un buon comunicatore per condividere con il gruppo la scelta del percorso da seguire.
E’ lavoro delicato ma affascinante.
L’attività diventa efficace se a livello strategico si condivide la meta finale, solo così il Ranger può trovare giorno per giorno percorsi tattici che avvicinano il gruppo verso l’obiettivo finale.
Ecco cosa significa per me essere un Ranger.

Excel arma impropria

La domanda di oggi è perchè alcune persone non riescono ad andare al di là degli strumenti classici quali: Ms Word e Ms Excel con rare puntate su Ms Power Point ?
Come è possibile far capire a queste persone che Ms Excel in particolare non è buono per tutte le stagioni ?

Tipicamente le informazioni debbono essere ricercate secondo criteri che cambiano, quindi spesso un database è la soluzione più corretta.
Invece si continua ad usare Excel per gestire dati in forma tabellare e si è sfortunati può finire che devi organizzare l’attività di aggiornamento del foglio Excel condiviso in turni singoli, perchè la scrittura concorrente non è supportata: azz chissà magari la prossima versione di Ms Excel…

Eppure il ciclo di vita dell’informazione è fondamentale per un’azienda. Come l’informazione nasce, il fatto che sia accessibile a vari livelli, che possa essere aggiornata in modo tempestivo: è la sagra dell’ovvio.

Più l’informazione è granulare maggiore più facile sarà aggregarla.
Considerata la velocità con cui certe informazioni cambiano, relegarle ad un documento è sciocco: diventa difficile ritrovare la singola informazione, il documento diventa presto obsoleto.

Il documento può essere visto al più come una foto al tempo t di una serie di informazioni aggregate secondo criteri che cambiano in base all’utilizzatore: in pratica un report. Che scoop!

L’informazione è preziosa e come tale và trattata, esistono piattaforme per cla gestione della conoscenza che possono offrire sistemi più moderni ed efficenti dell’informazione ad esempio XWiki.

E allora chiudo gli occhi ed immagino che un giorno l’abuso di Excel possa diventare un reato. Sarà costituito un tribunale apposito che giudicherà l’efficacia e l’efficenza di ogni worksheet realizzato e diffuso. Saranno comminate pene severe ed esemplari condannando i colpevoli a: leggere, leggere, leggere.

Start

Sono un software developer creativo e visionario.
Nel tempo libero leggo e mi diverto a sperimentare.
Questo e’ una specie di diario di bordo in cui si trova un po’ di me.