“Geometra” del software

Qualche tempo fa un mio ex-collega burlone mi diede del “Geometra del software”.


In quel periodo ero impegnato a lavorare sull’architettura del sistema e non perdevo occasione per condividere con i colleghi la mia visione per avere dei feedback utili.
Spesso però le mie lunghe spiegazioni venivano catalogate come farneticazioni assurde: si capiva dall’espressione perplessa che si formava sul viso dell’interlocutore di turno.
Perciò, non di rado, mi sentivo come un predicatore errante. Vagavo senza una meta precisa, cercando di evangelizzare il prossimo, ma con scarso successo.

In quella occasione specifica, tutta la perplessità ingenerata nel mio collega, fu sintetizzata ed espressa nell’epiteto di “Geometra del software”.
Il suo era un modo bonario e divertente per ricondurre ad un livello più terra terra le mie ciancie sull’architettura di sistema.
Della serie: “Ferro, vola basso”.
Trovai la battuta brillante ed acuta e fu spunto per interessanti riflessioni.


La figura del geometra è positiva e concreta.
E’ meno etereo dell’Architetto, più vicino ai muratori alla calce ai mattoni, và sul cantiere.
Sarò romantico, ma mi piace pensare che all’occorrenza sia in grado anche di fare il cemento.

Circa un anno fa feci un colloquio e raccontai del mio ruolo nel delineare l’architettura di sistema. L’intervistatore, persona di estrazione tecnica, volle approfondire e disse: “Si ok, ma qui bisogna anche sporcarsi le mani…”
Capii di essere di fronte ad una persona pragmatica e di essere anche sulla stessa lunghezza d’onda. Risposi sorridendo compiaciuto di questa domanda, che le soluzioni architetturali che avevamo pensato e progettato le avevo realizzate in prima persona e le facevo funzionare tutti i santi giorni insieme ai miei colleghi.

Credo di aver letto su un libro di Taleb che gli antichi Romani collaudavano i nuovi ponti facendo posizionare sotto i progettisti e le loro famiglie.
Era un sistema cinico, ma efficace, per rendere il progettista pienamente consapevole dell’importanza del suo lavoro e direttamente responsabile del buon esito dell’opera.

Ecco, ancora oggi mi sporco le mani e se faccio una scelta o costruisco del software lo faccio con la piena consapevolezza che quanto deciso o realizzato dovrà funzionare nel tempo e che, se non funzionerà, io e i colleghi dovremo farlo funzionare in qualche modo.
Da ciò discende che quanto più, ciò che realizziamo è eccellente, tanto meno problemi e grattacapi ci darà nel tempo.

Questa filiera corta tra chi fa le scelte e fa le cose e chi se ne assume la responsabilità crea un circolo virtuoso che consente di minimizzare il debito tecnico o quanto meno di gestirlo in modo consapevole.

Per cui in definitiva sono orgoglioso di essere un “Geometra del software”.

La burocrazia che non ci serve

Esperienza sul campo e maggiore anzianità Vs Gerarchia 
La burocrazia quella stupida ed ottusa che affossa le proposte sensate che arrivano dal basso.
Quando avere condiviso un’esperienza sul campo rende le gerarchie inutili.
Autorevolezza Vs Autorità
Il coraggio delle proprie idee sapendo già che esprimerle non è la mossa più azzeccata.
La focalizzazione sulla mission .
I migliori strumenti per svolgere il proprio lavoro.
L’esperienza Vs le procedure standard.  

Una piccola avventura

La mia passione per la lettura è nata da ragazzo con la collana Oscar Mondadori.
Amavo leggere i libri di Willard Price in cui si narravano le avventure di due fratelli che andavano a caccia di animali esotici in posti lontani e pericolosi: “Nella foresta dei gorilla giganti”, “Nella savana dei grandi leoni”, “Verso il mare delle grandi piovre”.
Come molti dei ragazzi di quella età ero affascinato da questi racconti forse perché la vita reale non offriva emozioni di quel genere.
Una volta però con mio padre ci trovammo in una situazione insolita che qualche volta mi torna alla mente.
Negli anni 80 la mia famiglia era solita trascorrere il mese di agosto in montagna a Bellamonte.
La località era piccola e molto tranquilla le montagne del Trentino stupende.
Per passare il tempo quando non pioveva avevamo preso l’abitudine di andare in cerca di funghi.
Non eravamo molto esperti, ma la zona era ricca di porcini quindi non c’era il rischio di sbagliarsi.
Un giorno uscimmo soli io e mio padre e seguimmo un percorso che avevamo fatto altre volte.
Di solito il percorso era ad anello, ma quella volta qualcosa andò storto.
Quando pensavamo di essere sulla via del ritorno ci trovammo su un pendio piuttosto scosceso che non avevamo mai incontrato.
Ancora convinti che la direzione fosse giusta, proseguimmo con difficoltà affrontando una pendenza sempre crescente.
Il pendio ben presto si rivelò la sponda del torrente.
Solo allora ci rendemmo conto di avere perso l’orientamento e non potendo risalire l’argine cominciamo a percorrere il letto del torrente, in quel periodo con scarsa portata.
Seguimmo per un buona mezz’ora il flusso dell’acqua, in silenzio accompagnati dal rumore dell’acqua, saltando di masso in masso, ma arrivammo ad una piccola cascata che non potevamo superare.
Delusi e a quel punto un pò preoccupati, decidemmo di invertire il senso di marcia.
Risalimmo il torrente e superato un pendio si parò d’innanzi a noi una diga.
Ci avvicinammo speranzosi a quella grande parete di cemento e trovammo una semplice scala di servizio che la risaliva a zig-zag per tutta la sua altezza.
Percorrendo in silenzio i gradini incontrammo un operaio che verniciava e che ci guardò un pò stupito, ma lo salutammo con un cenno dissimulando una certa indifferenza e proseguimmo.
La scala in breve tempo ci condusse alla strada provinciale, così senza clamore e senza conseguenze la nostra piccola avventura si concluse.
Ripensando a quell’esperienza mi colpisce ancora oggi che, una volta imboccato il pendio, non ci venne mai in mente di avere sbagliato strada e comunque non pensammo di invertire il senso di marcia.

“Spatia Devinco Disiuncta Coniungo”

Questo è il motto in latino dell’Arma della Trasmissioni dell’Esercito Italiano in cui ho frequentato il 156° A.U.C.  .
Il senso della frase è chiaro: vinco lo spazio e unisco ciò che è separato.
Una bellissima frase che sintetizza la finalità delle trasmissioni, ma che  contiene un significato più profondo.
Trovo infatti che questa frase esprima bene il concetto di team building come lo intendo io: quello sano, quello bello che ho potuto sperimentare in vari contesti lavorativi.
Le persone che catalizzano le energie migliori del team ed agiscono da collante fanno proprio questo: vincono le naturali distanze tra le persone e le avvicinano.
Uniscono i punti che le accomunano e creano quelle relazioni positive che sono alla base della collaborazione. 

Logorroici senza speranza

Ciao Dany, ti volevo mettere al corrente di uno strano fenomeno di cui sono stato diretto testimone.
Stamattina ho fatto un test della presentazione per il mio talk ed e’ durata oltre 1h !?
Escludendo a priori l’assurda ipotesi che io parli troppo, non mi resta che concludere che si sia trattato di una rara distorsione spazio temporale…

Comunque in attesa di chiarire i contorni di questa singolare faccenda, credo che proverò a ridurre il numero delle slide, che te ne pare come idea ?

L’assurdo: uno strumento per superare gli estremi limiti del mondo

Ho tanti bei ricordi di mio nonno Giuseppe, ma a posteriori mi rendo conto che il suo lascito più grande è stata la curiosità con cui guardava al mondo da cui la sua passione per la lettura.
Tra le cose buffe che noi nipoti amavamo ascoltare dalla sua voce, c’era una filastrocca assurda.
Ne ho trovato tracce anche in internet, ma preferisco riportarne i frammenti che mi tornano alla memoria:

“Era di notte ma ci si vedeva.
Il sole pioveva e la luna con i suoi cocenti raggi riscaldava la terra.
Io me ne stavo seduto su di un sasso di legno
quando vidi un uomo che a lenti passi si avvicinava correndo
gli domandai chi fosse
e capì dalle sue parole che era sordo muto


allora presi un coltello senza lama a cui mancava il manico e gli dissi muori o uomo morto.

Poi le presi delicatamente con due dita e lo gettai sulla cima di un una profondissima pianura”

L’assurdo è un bello strumento: ci fa superare i limiti, sovverte lo status quo, sprigiona la fantasia, ci rende creativi e non teme il giudizio.

Piccola storia assurda

Tanti anni fa in una gelida giornata invernale, mentre una la tempesta imperversa e la neve cade copiosa.
Lui “‘Io esco a comprare le sigarette…”
Lei: “Ma dove vai con questo tempo ?!”
Lui: “‘E quante storie, per due fiocchi di neve…”‘
Lei: “‘Va bene, ma torna presto che ti si fredda la tisana. Mi raccomando non farmi stare in pensiero, Ötzi

Ambire e Lambire

Ambire e Lambire sono due parole dall’etimologia completamente differente ma così simili che mi piace pensarle collegate.
Credo che questa coppia di termini possa sintetizzare in modo efficace lo stato d’irrequietezza che come moderni uomini viviamo.
Tutto nasce dalla volontà di arrivare ad un obiettivo, una meta a cui ambire appunto, il resto del tempo è fatica ed energia per conquistare l’oggetto del desiderio a cui ci avviciniamo sempre più.
Tanto più ci allontaniamo dal punto di partenza tanto più è faticoso raggiungere la meta, ma l’energia profusa scaturisce dalla sensazione di essere sempre più vicini all’obiettivo pur non potendolo ancora toccare, sfiorandolo appena: lambendolo appunto.
Ciò che accade dopo non è importante, ciò che conta è proprio questo processo di avvicinamento.
Il continuo inseguire qualcosa che una volta raggiunto deve essere sostituito da qualcos’altro, ci proietta incessantemente verso il futuro ma ci impedisce di vivere il presente: trasformandoci in una sorta di moderni Sisifo.
Il proposito allora è di provare ad assaporare di più il presente, soffermandosi a godere dei risultati raggiunti senza cercare subito nuovi traguardi.

Esseri umani: maneggiare con cura

Chi ricopre un ruolo di leadership si trova in certi momenti costretto a far “pressione” sui propri collaboratori, ma che effetti hanno tali sollecitazioni ?
Se immaginiamo una persona come una lamina d’acciaio e la pressione come una forza che agisce dall’alto verso il basso potremmo dire che una persona stressata è concava perché la pressione che sta subendo la sta deformando (fragile), se la persona è motivata potremmo considerarla piatta resiste alla pressione (resiliente), se è convessa sta reagendo alla pressione con una spinta (antifragile).
Ciascuno ha reazioni diverse alla pressione ed ha un proprio personale grado di flessione.
Compito dei leader dovrebbe essere identificare e misurare queste reazioni per evitare che venga raggiunto il punto di rottura.

Affrontare la giusta montagna

Catria

Ho letto numerosi libri in cui si sostiene che le sfide sportive più difficili possono essere vinte grazie alla forza di volontà.
La mente può influenzare il corpo e quindi se immagini di farlo lo puoi fare.
Mi piace pensare che la forza di volontà abbia questo potere, ma la mia esperienza diretta è che abbiamo dei limiti: fisici, caratteriali, psicologici con cui dobbiamo fare i conti.
Tentare di superare questi limiti per migliorare se stessi è doveroso e lodevole, ma non è sempre possibile.
Affrontare sfide più grandi di noi, denota coraggio ma in caso di fallimento può anche essere fonte di grande frustrazione.
Io amo la montagna, ma sul K2 non ci andrò mai: non è una sfida alla mia portata.

Questa consapevolezza però non mi impedisce di continuare ad amare la montagna e frequentare i nostri cari Appennini.
Si dice che tentare non nuoce ma non credo sia esatto, tentare imprese più grandi di noi può nuocere alla propria autostima.
Se vi incamminate per una meta che non è alla vostra portata lungo la strada dovete stare attenti ai segnali che il vostro corpo vi manda o rischiate di perdervi nell’impresa.
Walter Bonatti, in una delle sue ultime interviste, disse che la sfida degli scalatori non è tanto arrivare in vetta quanto tornare a casa sani e salvi, ciò naturalmente implica anche decidere di rinunciare alla scalata se necessario.
Nell’ultima ciaspolata che feci qualche anno fa, ultimo di un gruppo di 4 persone, a 3/4 del percorso, già molto affaticato, in un tratto molto ripido, mi dovetti fermare e cominciai a sbadigliare.
Rimasi colpito da questo strano segnale che il corpo mi lanciava e che sembrava fuori luogo, ma il senso ero chiaro: mi stavo spegnendo.
Il cervello diceva di proseguire, ma il corpo reclamava.
Decisi perciò di fermarmi e mi appoggiai con la schiena sulla neve. Trascorsi circa 5 minuti ad ammirare il panorama che mi si apriva davanti e approfittai per riprendere fiato.
Il sudore sulla pelle si raffreddò velocemente e non potendo rimanere lì fermo, dovetti scegliere cosa fare. Prima che il freddo si facesse sentire, mi rialzai e lentamente raggiunsi il resto del gruppo sulla cima del Catria.
Qualche anno dopo senza alcun tipi di preavviso ebbi qualche problemino con il cuore.
Non potei fare a meno di pensare che in quel frangente sulla montagna forse la mente aveva chiesto troppo al corpo e quella breve pausa era stata quantomai preziosa. Chissà ?
Insomma in quel caso la tigna mi portò fino in cima, ma avrei anche potuto scegliere di tornare indietro.
Naturalmente quando si affronta una sfida è importante mettercela tutta, ma se si tocca un proprio limite è importante ricordarsi che si può tornare indietro o cambiare strada.
Quando si sceglie una montagna da scalare è importante scegliere la montagna giusta.