“Si puo’ fare!! “

Gene Wilder in “Frankenstein Junior” di Mel Brooks

Non so se nella vita o nel lavoro ti e’ mai capitato d’imbatterti in un problema particolarmente difficile o complesso a cui trovare una soluzione.

A me capita spesso e queste occasioni di solito le colgo come sfide intellettuali con me stesso.

Di solito entro in un tunnel, in cui, attutiti gli echi del mondo esterno, comincio ad analizzare i dati ed il contesto del problema.
Costruisco un modello mentale e faccio piccoli esperimenti concettuali per vedere se il modello regge.

Una volta individuata la soluzione più semplice la realizzo e faccio una prova sul campo poi se l’esito è positivo si pensa ai dettagli.

Credo che tutti i software developer adottino in modo più o meno cosciente un simile algoritmo che ha molto a che fare con il metodo scientifico.

Questo processo solitamente non è immediato.

Nel mio caso l’analisi del problema ha bisogno di un periodo di decantazione e per focalizzare il problema ci devo tornare più volte anche a distanza di tempo.

In certi casi la soluzione emerge da sola, magari di notte mentre mi rigiro nel letto, ma ci vuole tempo.
E’ come se la mente cercasse da sola una soluzione sepolta nel deserto, cercando di farla affiorare lentamente dalla sabbia, erodendo pazientemente le dune con leggere folate di vento.

Naturalmente ciò può essere molto frustrante.

Non a caso per chi opera in campo scientifico è fondamentale associare ad una spiccata immaginazione una robusta tenacia nella ricerca di conferme alle proprie ipotesi.

Non sempre si ha disposizione tutto il tempo necessario.

Perciò spesso, con spirito pragmatico, si adotta una soluzione temporanea e si rimanda una soluzione più elegante alla prossima occasione.

Nella ricerca della soluzione c è tutto il nostro io, con il bagaglio di conoscenza accumulato nel tempo, gli errori fatti e i successi compiuti.
E’ proprio questo patrimonio di esperienza che può influire in modo decisivo sui tempi di individuazione della soluzione.

Ciò che mi affascina di più, è il processo mentale di costruzione ed esclusione delle soluzioni alternative.
Usando l’immaginazione la mente crea dei micro universi alternativi e vede se funzionano.
E’ creatività allo stato puro, perché si plasmano idee e concetti prima della materia e ciò rende il processo molto efficiente.

E’ come se la conferma della correttezza di una teoria fosse una profezia che ci viene rivelata.
La mente crea un universo futuro e vi si proietta, lo osserva e si convince della sua consistenza.
Un vero e proprio atto di creazione a cui segue l’effettiva alterazione della materia: la mente plasma il mondo.

L’esclamazione del Dott. Frankenstein esprime in modo emblematico la magia del momento in cui la mente si convince che un pensiero può concretizzarsi nel mondo reale.

Il Teletrasporto esiste


Il teletrasporto dell’astronave Enterprise non esiste ancora.
La fisica quantistica si sta interrogando su questo affascinante fenomeno a livello di particelle ma nulla di più.
Il COVID ci ha dimostrato che è si possono far viaggiate le idee piuttosto che i cervelli e puff! via le automobili.
Con le stampanti 3D anche la logistica sta lentamente cambiando, possiamo trasmettere dati e produrre oggetti nel posto in cui servono e puff! via anche le fabbriche e i trasporti.
Pensandoci bene però un sistema efficace ed economico per teletrasportarsi verso altri universi esiste già: i libri.

Chi ama leggere lo sa perfettamente. Aprire un libro ed immergersi nella sua lettura ha il potere di estraniarti totalmente dalla realtà in cui ti trovi.
Può farti dimenticare per un breve lasso di tempo ciò che sei, i tuoi problemi e proiettarti in luoghi sconosciuti o mai esistiti fino a vivere letteralmente un’altra vita.

Un film per quanto bello non può compiere questa magia.
La sua multimedialità può travolgerti, ma non può stimolare la mente quanto può farlo un libro.
Guardando un film assisti passivo a ciò che il regista ha immaginato per te e tutto è sottoposto alla sua intermediazione, non spazio per l’immaginazione.

Un libro è un’esperienza che vivi in prima persona nell’intimo della tua mente.
Mentre leggi, inevitabilmente, le parole si trasformano in immagini mentali e stai creando un tuo personalissimo film: sei il regista di te stesso.
La lettura di un libro pertanto ti arricchisce quasi al pari di un viaggio, perché se il libro è di qualità, alla fine in quei luoghi è come se ci fossi stato e quelle esperienze è quasi come se le avessi vissute.
In certi casi ti affezioni ai personaggi al punto tale che terminare la lettura del libro è triste come salutare per sempre dei cari amici.

Per ironia della sorte, in un momento storico in cui abbiamo accesso illimitato e a basso costo a tutta la letteratura mondiale, non leggiamo più.

Io invece non ho perso l’abitudine, anzi appena posso mi teletrasporto.
E’ facilissimo, apro Kindle sullo smartphone, pronuncio la frase di rito:
“Signor Scott… energia!” e puff! in un attimo posso andare su Arrakis, Vigata, le Termopili o Waterloo.
E’ un fantastico super potere, con interessanti effetti collaterali: io ho sviluppato la totale invulnerabilità alle code.
Quando sono in attesa del medico o alle poste, in realtà è solo mio corpo che sta facendo la fila, la mente è altrove.

BOZZA: Breaking Bad (contiene spoiler)

Recentemente ho visto la serie “Better call Saul” e, in attesa della 6° ed ultima stagione, mi è venuta voglia di rivedere per intero “Breaking Bad”.
Ho visto l’ultima puntata qualche giorno fa e ho trovato questa serie ancora più bella ed intrigante.
Rivederla con attenzione mi ha suggerito una serie di riflessioni che ho buttato giù velocemente e senza un criterio preciso.

Il male maggiore

Ad un certo punto il male di Walter White scompare, ciò può essere interpretato come un segno di benevolenza da parte del Bene per il coraggio dimostrato nell’affrontare una prova così difficile. D’altra parte potrebbe essere opera del Male ben felice di sostituire il cancro con la diffusione della meth, un curioso caso di scelta del male maggiore.

Reazioni chimiche e replicanti

Come in una reazione chimica, il cambiamento di Walter White innesca una serie di cambiamenti nel mondo che lo circonda e poi si espande.
Le scelte del protagonista innescano una serie di reazioni a catena per lo più negative.
Walter White conosce molto bene la chimica e la domina perfettamente.

E’ convinto di conoscere altrettanto bene le persone ed i loro comportamenti. Heisenberg infatti tenta continuamente di manipolare le persone con cui viene in contatto, ma le reazioni degli esseri umani tipicamente sono inaspettate e sfuggono al suo controllo.
Solo chi abbandona progressivamente la propria umanità è in grado di razionalizzare la situazione e compiere le scelte “giuste”: Fring, Mike, Lidia, Hector.
Chi è privo di umanità, ha un comportamento schematico e ripetitivo quindi prevedibile.
Questo aspetto per esempio si rivelerà quasi letale per Lidia che viene avvelenata da Walter White sostituendo la stevia che lei usa come dolcificante.
Torna il tema di Blade Runner in cui i replicanti sono identici agli esseri umani, ma mancano di empatia.
Esistono però diversi gradi di malvagità e di disumanizzazione: i cugini Salamanca si muovono come robot, sembrano totalmente privi di umanità e ricordano Terminator.

Il Male

La contaminazione del male assume varie sfumature a seconda del personaggio ed eccetto rari casi è possibile rilevare ancora una traccia di umanità e di normalità, per esempio Mike nel rapporto con la nuora e la nipote.

Il grado di contaminazione è diverso in virtù del vissuto del personaggio.
Sembra che il contesto sia determinante.
Nei Salamanca, nati ed allevati in un ambiente spietato e violento, non vi è traccia di umanità. E’ molto forte invece una componente di superstizione religiosa che contrasta con la cultura scientifica di Walter White.

Walter White e Mike hanno avuto la possibilità di condurre una vita normale, ma ad un certo punto hanno fatto delle scelte che gli hanno fatto oltrepassare il confine tra il bene ed il male. Questa condizione li costringe a vivere uno sdoppiamento della personalità. Il lato oscuro nel tempo tende a prevalere e corrode irrimediabilmente la loro umanità rendendo i sentimenti un lusso che (nonostante i soldi accumulati) non possono permettersi.
Qualunque siano state le motivazioni che li hanno condotti su quella strada, chi si avvicina al male ne viene risucchiato e perde la propria anima.
Mike infatti dice che non ha paura di morire, l’unico sua desiderio è sapere che ha fatto qualcosa di buono per i suoi familiari, la beffa è che non ci riuscirà.
Tutti soffrono di relativismo e giustificano le proprie azioni per la salvaguardia della propria famiglia e del proprio piccolo mondo, senza avvedersi che le scelte che fanno si riverberano in un’area ben più ampia e riguardano molte altre persone.

La conoscenza è potere

Walter White è uno scienziato che cerca di fare il professore ma con scarso successo.
All’inizio cerca di spiegare la chimica a Jesse, ma poi rinuncia deluso dalla mancanza di volontà.
Tornato a scuola dopo Walter White si rende conto che tentare di insegnare qualcosa a persone prive di qualunque interesse è inutile e ciò si accompagna ad una generale disillusione verso il mondo che ha abitato fino a quel momento.

La generazione di giovani è incapace di appassionarsi alla chimica, ma ama usare i prodotti stupefacenti che la chimica può produrre.
Molte sono le persone che consumano prodotti, ma sono pochi coloro che si domandano incuriositi come si possa realizzare quel prodotto.
Pochi sono interessati a penetrare questo mistero, perché è faticoso e complicato: molto più semplice goderne i frutti.
Walter White smessi i panni di un fallimentare insegnante usa la propria conoscenza per trasformarsi in Heisenberg e diventa in poco tempo famoso e rispettato.


Quando Walter White intravede la possibilità di fare soldi con la meth, ha una specie di illuminazione sulla via per Damasco, ma l’entità che gli si rivela non è angelica tutt’altro.
La conoscenza è potere e l’ignoranza è detestabile.
Il destino però è beffardo e quando incontra persone del suo livello intellettuale Fring e Gayle di cui ha stima sincera e rispetto, le circostanze lo costringono ad eliminarle. Rimanendo via via l’unico Homo Sapiens attorniato da Neanderthal.
Il suo ego cresce più velocemente del cancro, e nonostante sia stata aiutato da varie persone tra cui Jesse che si rivela più intelligente del previsto, afferma di avere fatto tutto da solo.

Jesse non ha incontrato nel suo percorso dei veri mentori e Walter White non lo è stato come professore, diventerà piuttosto un cattivo maestro.
Dover decidere con freddezza chi vive e chi muore pone Walter White al livello di un Dio, che trascende l’umanità e gli fa imboccare la scala verso l’inferno.
Dopo i primi sofferti passi nel male, spogliato della sua umanità, ogni decisione diventa solo una mossa ben studiata di una partita a scacchi ed eventuali vittime sono solo effetti collaterali.
La morte di Mike però è un inutile spreco. L’errore di un dio che ha perso la capacità di giudizio.
Mike da parte sua è pronto, vuole morire sereno, seduto sul bordo del fiume ascoltando il suono dell’acqua che scorre. L’acqua purificatrice, ma anche la metafora di un corso di eventi ormai inarrestabile che ha travolto tutti inesorabilmente.

Tutti coloro che avevano un piano e lo hanno perseguito, hanno visto vanificati i propri sforzi. Jesse che un piano non lo aveva ed era perso nell’oceano, dopo essere stato usato ed aver sofferto pene indicibili ha avuto la possibilità di ricominciare. Il messaggio è: Non si gioca a fare Dio.

Alla fine Walter White vince, elimina tutti gli avversari, rimane vivo ha i soldi, ma perde l’anima: la sua famiglia.
Il sacrificio è stato inutile, ma ha addentato la mela dell’Eden.
Ha dimostrato a sé stesso che poteva essere un altro uomo. Ha preso in mano il suo destino ed ha vinto sul cancro, morendo non come il fato aveva deciso.
In questa sua corsa folle ha mantenuto saldo un proprio codice: la famiglia non si tocca, perché anche nell’oscurità del male serve un faro per orientarsi.
Walter White, ferito alla mano da Skyler e sanguinante è un Dio tradito, dalla famiglia quindi senza più un codice, che si scopre improvvisamente umano e mortale.

Nella famiglia è incluso anche Jesse, quasi un figlio putativo.
Heisenberg però è un padre degenere che riduce a brandelli l’anima di Jesse.
Solo alla fine, Walter White abbandonato da tutti e deciso ad eliminare Jesse, decide di proteggerlo e lo perdona. Quasi che tutto il male che gli ha inflitto lo avesse redento. Come un Dio misericordioso, gli dà la libertà e gli concede anche il libero arbitrio e Jesse uccide il suo carceriere. Dopo l’omicidio di Gayle avvenuto per necessità su ordine di Walter White, questa è una scelta consapevole per vendicare Andrea ed il ragazzino del treno.
Walter White tenta un’ultima volta di manipolarlo, offrendogli la possibilità di ucciderlo, ma Jesse rifiuta.
Per Jesse questa è l’ultima tentazione a cui trova la forza di resistere, per accorgersi solo dopo che Walter White è già ferito a morte.
Ciò conferma a Walter White che Jesse in qualche modo lo ha perdonato o quantomeno è libero dal suo controllo.

Finale

Walter White che si aggira ferito per il laboratorio e che sorride toccando il serbatoio di acciaio è un dio che è stato deluso da suoi uomini.
E’ tornato ad essere lui stesso un uomo ed ora è ferito a morte.
Pensava di poter controllare coloro che popolavamo il suo mondo, ma non ci è riuscito.
L’uomo ha il dono del libero arbitrio infatti Jesse è libero.
Solo la chimica è razionale e predicibile.
L’impronta della mano insanguinata sulla lamiera è come il segno di un uomo primitivo che nelle caverne, prima di inventare la scrittura, ha voluto lasciare un segno ed inconsapevolmente, con quel gesto, nel bene o nel male, ha trovato il modo di passare alla storia.

Alla morte di Walter White, steso per terra, la camera lentamente si allontana verso l’alto e questo lascia intendere che nonostante tutto, salvare Jesse lo abbia redento.
Forse tutto quello che è successo non è stato scatenato da Walter White, ma da una entità superiore che ha lo abilmente manipolato.
In fondo lo dice Jesse: Walter White è diabolico astuto e fortunato.
In numerose situazioni critiche il fato o la fortuna hanno giocato un ruolo fondamentale in favore di Walter White.
Se un dio avesse voluto che questa giostra finisse, avrebbe potuto farlo in numerose occasioni. Invece qualcosa gli consentito di proseguire e ciò ha rafforzato in lui l’idea che ciò che faceva fosse giustificabile, che avesse un senso.
Almeno finché il suo Ego non ha preso il sopravvento.
Ecco forse Walter White è stato una pedina di una partita a scacchi giocata tra il Bene ed il Male.

Razionalità e distacco

La razionalità di Walter White lo rende distaccato dalla realtà che la droga contribuisce a creare.
Non conosce il mondo dei drogati se non attraverso Jesse.
Detesta quel mondo che ottunde i sensi e le facoltà intellettive, ma lo alimenta e ne viene alimentato.
Ne parla sempre in termini imprenditoriali, proprio come volesse creare una certa distanza: prodotto, mercato , richiesta, produzione, produttività, purezza.

Metamorfosi

La metamorfosi da Walter White a Heisenberg è lenta ma a tratti evidente.

TODO: la BMW rossa

TODO: la correzione del compito

Per esempio, dopo aver usato il fulminato di mercurio nell’ufficio di Tuco ed aver preso i soldi che gli erano stati rubati, Heisenberg si manifesta e l’urlo di vittoria dentro l’auto fa pensare alla trasformazione del Dott. Bruce Banner in Hulk.

Heisenberg non esprime forza fisica, ma un potere malefico oscuro dalle mille facce e quindi pericoloso: il veleno, un inganno, un congegno, un sicario.

Giocare a fare Dio

Anche Gus gioca a fare Dio, facendo di tutto per mantenere in vita Hector e farlo soffrire nel vedere la sua famiglia morire. Hector però una volta solo, non avrà più nulla da perdere e deciderà di morire e vendicarsi con la complicità di Walter White.

La solitudine

Il deserto e poi la montagna Walter White ormai solo con i propri demoni ed il proprio denaro.
Per non restare solo, negli ultimi momenti di vita dovrà chiedere pietosamente a chi lo ha aiutato, uno sconosciuto, di restare a fargli compagnia almeno 2 ore, ma dovrà pagarlo. Segno che ad un certo livello l’umanità persa non può essere recuperata e l’unico valore è il denaro.
Walter White fuori contesto, da solo, non ha più alcun potere è solo un uomo malato e quando sarà morto i suoi soldi saranno rubati dal primo che capita: un mondo spietato.
La solitudine è una condizione ricorrente in Breaking Bad. Mike e anche Jimmy all’inizio della sua serie (dopo la vicenda di Walter White) trascorrono il tempo in casa in poltrona davanti alla televisione, ma sempre attenti a che qualcuno non li stia spiando, in realtà sono soli, ma sempre in compagnia dei loro demoni.
Jimmy in particolare è talmente triste e frustato che guarda la video cassetta con la pubblicità del suo ex alter ego Saul Goodman.

Il fato

Il fatto che il cancro sia in remissione è quasi un segno divino del fatto che ciò che Walter White fa è giustificabile perché in qualche modo perché persegue finalità positive.

L’acqua

L’acqua è un elemento ricorrente.

La piscina di casa Walter White

Il lavaggio di Walter White pulisce auto e denaro

La lavanderia di Gus.

Il colore azzurro

La meth azzurra è la falsa promessa di un paradiso sia per chi la usa che per chi la produce.

Azzurra e l’acqua della piscina in cui Skyler inscena il suicidio.

Epifanie

Sempre per intervento divino Hank ha un’illuminazione e capisce chi è Heisenberg: il giusto premio per tanta tenacia.

Jesse a sua volta ha un’illuminazione e si libera dei soldi.

Temi da riorganizzare

BB il piatto rotto ed il pezzo mancante simbolo di qualcosa che si è rotto e non può essere aggiustato.

Il primo omicidio con una interazione diretta avviene per necessità infatti Walter White chiede scusa.

Heisenberg che rotola via il barile con i soldi è un moderno Sisifo condannato a vagare nel deserto con il suo demone, tema ripreso poi anche in “Better call Saul”.

Fringe salva Walter White e dà una possibilità a Hank.

Skyler lancia la moneta e lascia che sia il fato a decidere se abbandonare o restare.

Mike così avaro di parole, vuole morire nel silenzio, ma non in auto. Ha trascorso tanto tempo in auto ad attendere qualcosa, qualcuno, ma in senso più ampio il tempo che scorre ci porta verso la morte ed ora il suo tempo sta finendo: l’attesa suprema è terminata. 

“El camino” Todd tratta Jesse come un animale, vedi ragno nel barattolo. 

Todd ha l’enciclopedia cava e piena si soldi, il denaro contante è ciò che conta. 

La signora delle pulizie uccisa perché doveva, non ha neanche un nome.
La sepoltura e un rito vuoto e privo di senso. 

Jesse è assoggettato al proprio carceriere e non gli spara quando se ne presenta l’occasione. 

Walter White è dichiarato morto.

Lidia e grave in ospedale, ma non è morta.

Spietato è un paese in cui, se non puoi pagarti le cure, sei destinato a morire.
In fondo gli Stati Uniti sono ancora come il vecchio West. 

Il venditore di aspirapolveri è Caronte che traghetta le anime dannate verso una nuova vita.

Quando WW incendia la Bmw e la prima manifestazione di Eisenberg. 

L’epifania che la morte potenzialmente è vicina costringe ad un bilancio della vita e se quella che hai vissuto non ti è piaciuta hai forse l’ultima chance di dimostrare a te stesso che hai i numeri per cambiarla, non hai nulla da perdere a quel punto. 

L’innovazione è una sorta di rinnovamento che implica la morte di qualcosa e la sua sostituzione perciò ci sono necessariamente effetti collaterali. 

Avere in mano l’ultima fiche da giocare, fa emergere un  coraggio disperato. 

Walter White è come uno spartano alle Termopili, ma a differenza di loro sa che sarà ricordato nella storia anche se per avere creato un impero del male. 

Walter White è il fallimento del sogno americano: la società non ha saputo creare le giuste condizioni in cui accogliere una mente brillante.

Similmente a Jimmy che ha scelto di eccellere  nel malaffare perché non è riuscito ad imboccare la carriera dell’avvocato probo come il fratello. 
Si tratta di uno strano caso in cui il buon esempio produce un effetto speculare. 

La scena della bomba all’ospizio mi ha ricordato “Il mondo dei robot” e l’implacabile pistolero robot Yul Brynner.
Gus per un attimo sembra un androide indistruttibile, ma suo il viso scarnificato mette a nudo un’umanità tenuta fino a quel momento ben nascosta. 

Deserto e montagna sono luoghi metafisici che rimarcano la solitudine dei protagonisti. 

Mike ogni sera sulla poltrona a vedere la tv e sempre attento a guardarsi le spalle. In fondo non è vita, sono già morti dentro e vivono una sorta di purgatorio in cui i sentimenti trovano poco spazio, non sono persone felici. 

Agghiacciante la cena con Skyler e Walter a in cui è presente anche Jessy.

COVID-19

Primavera 2020, siamo in piena emergenza virus.

Stiamo reagendo, siamo fiduciosi, ma in realtà non sappiamo quale sarà l’esito di questa battaglia.

Questo sentimento di incertezza e di impotenza ci disorienta, perché è nuovo per la maggior parte di noi. Possiamo solo fare qualche riflessione. 

La globalizzazione ci ha reso fragili. Il sistema economico e produttivo degli stati e’ totalmente interconnesso quindi poco resiliente. Taleb  sostiene che le organizzazioni piccole sono più robuste ai cambiamenti. Paradossalmente per affrontare una pandemia dovremmo coordinarci a livello europeo o mondiale, ma non ci siamo.

Chi è preposto a tutelare la salute pubblica conosceva il rischio, ma non è stato proattivo. Cercare il colpevole in questa fase non è utile, farlo successivamente sarà etichettato come dietrologia, ma senza feedback non possiamo migliorare. 

Il copione si ripete: le cassandre hanno lanciato l’avvertimento, ma nessuno ha lavorato per fronteggiare un simile scenario, ed ora cerchiamo un eroe che risolva un guaio che non ci siamo preparati ad affrontare.

Dominiamo i dati, ma difettiamo a livello di azioni e comportamenti.

I più fortunati, non infetti e non impegnati in prima linea, devono stare a casa per evitare il contagio, ma non siamo abituati agli arresti domiciiari.

Il risveglio dal nostro “sonno digitale” e’ stato brusco ed inaspettato. Da un momento all’altro gli italiani sono in pericolo di vita, sensazione mai vissuta per chi è nato dopo la seconda guerra mondiale. La reclusione in casa propria può sembrare dura, ma è una esperienza ben diversa da chi è vissuto nei rifugi antiaerei durante i bombardamenti in tempo di guerra. 

Ne usciremo diversi? Credo di sì, almeno in parte.

Daremo un nuovo significato alla libertà di movimento.

Rivedremo le nostre priorità abbandonando le preoccupazioni per ciò che è futile. 

L’economia ne risentirà e sarà un problema, ma dopo, solo se resteremo in vita.

La prorita’ assoluta è sempre sopravvivere. 

Non rimandaremo più le cose a cui teniamo, perché la verità è che non abbiamo a disposizione un tempo infinito

Acquisiremo una consapevolezza nuova:  la rivoluzione digitale ci ha dato l’illusoria sensazione di poter fare tutto facilmente, ma rimaniamo degli esseri molto fragili e facciamo parte di un ecosistema delicato.

Stamattina in giardino con il traffico quasi azzerato, al di là della rete di recinzione, uno stormo di uccelli su una quercia. Il loro cinguettio riecheggiava prepotente per tutta la campagna, sembrava quasi la risata beffarda della natura a sottolineare  la sua supremazia. 

We no need others heroes

Durante il mio percorso lavorativo ho avuto il piacere di conoscere persone molto speciali che ricoprivano in azienda il ruolo dell’eroe.

Si tratta di persone brillanti, competenti e con un alto senso del dovere che, con la loro esperienza, anticipano i problemi, se ne fanno carico e li risolvono compiendo sforzi eccezionali.

Per queste persone la parola “impossibile” non è mai stata scritta e fallire non è un’opzione contemplata.

Lavorare con loro può essere difficile ma è molto entusiasmante.

Ciò che a mio avviso rende veramente grandi queste persone è che portano il fardello sulle loro spalle e raggiungono la vetta con le proprie forze senza clamore.

L’energia sprigionata da queste persone è percepibile nella passione che mettono nel fare il loro lavoro e ciò a mio avviso li rende dei leader naturali perchè sanno essere trascinanti.

Queste persone sono gemme preziose per le organizzazioni e per i team in cui operano.
Spesso però i valori che li caratterizzano: franchezza, trasparenza e coraggio confliggono con le logiche delle organizzazioni dove i manager sono impegnati a mantenere lo status quo e ai fatti preferiscono le schermaglie politiche.
Ciò paradossalmente rende gli eroi al contempo utili ma spinosi.

A causa della loro utilità sul campo e della loro ruvidezza, spesso queste persone sono relegate in ruoli intermedi in cui sono continuamente impegnati a spegnere incendi e vengono esclusi dalle riunioni in cui vengono prese decisioni strategiche.

La presenza conclamata di eroi aziendali e la loro mancata valorizzazione ha degli effetti collaterali indesiderati anche gravi che spesso vengono ignorati.
Il punto è che se fare l’eroe è pericoloso faticoso, ma non offre alcun vantaggio, si tratta di un modello non vincente che gli altri non seguiranno.
Chi non è un eroe e non ne subisce il fascino, non ha alcun buon motivo per emulare quel comportamento e farà il proprio dovere al minimo sindacale adottando la nota strategia “del fil de gas”.

D’altro canto un eroe è tale a causa della sua natura e non per scelta, per cui se la natura degli individui è insopprimibile e il suo modo di essere non viene valorizzato nel contesto in cui si muove, alla lunga si troverà costretto a fare l’eroe altrove.

In sintesi credo che un’organizzazione sana dovrebbe cercare di elevare tutti a livello di eroe, ma contemporaneamente dovrebbe strutturarsi per non averne bisogno mai se non in casi veramente eccezionali.

Il principio di Peter

Il lavoro è un sistema per elevare il proprio benessere pertanto le persone, in modo del tutto naturale ambiscono ad una crescita economica.
Nel momento in cui i percorsi di crescita sono standardizzati, le persone indipendentemente dalle proprie attitudini, cercheranno di percorrerli.
I meritevoli scaleranno di ruolo in ruolo finché riusciranno a dimostrare capacità, ma si fermeranno nel ruolo a loro meno congeniale.

Non essendo prevista la retrocessione nella scala gerarchica, rimarranno bloccati in una situazione in cui esprimono la loro massima incompetenza.
Una possibile soluzione sarebbe sganciare la retribuzione dal livello, creando dei percorsi di crescita legati alla competenza e alla autorevolezza dimostrata nel ricoprire un certo ruolo.
O meglio nell’autorevolezza riconosciuta dai colleghi che spesso sono i più adatti, se intellettualmente onesti, ad esprimere un parere sull’operato.
La meritocrazia infatti presuppone che la capacità di valutare realmente le competenze di una persona.

Costringere una persona a ricoprire un ruolo che non le si confà genera frustrazione e ciò tipicamente induce la persona a cercare una alternativa.
Questo sistema inoltre prevedere la gestione di code di carriera.
Se una persona brillante ed ambiziosa entra a far parte di un gruppo consolidato, dovrà necessariamente attendere il suo turno per muovere un passo in avanti, anche se le sue qualità sono evidentemente sopra la media.
Anche un questo caso, visto che le persone non possono perdere tempo, il rischio e’ di perdere una persona molto capace per ridicole consuetudini.
Siamo in presenza di un sistema NON meritocratico, in cui è premiante l’anzianità di servizio.
Un sistema del genere tende a scoraggiare ed escludere menti brillanti ed ambiziose, preziose per affrontare le sfide che il mercato presenta.

Riferimento: https://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_Peter

The game

Qualche tempo fa ho ascoltato Alessandro Baricco parlare del suo libro “The game” e citare la leggerezza come un aspetto del nostro tempo e della civiltà digitale.
In attesa di leggere il libro, ho riflettuto sul tema.

La rivoluzione digitale che stiamo vivendo ha degli aspetti inquietanti. 
Stiamo rendendo tutto facile a tutti.
Ciascuno può ottenere qualunque cosa senza alcuno sforzo: basta un click.
E’ come se avessimo distribuito a tutti i super poteri.
E ci siamo elevati in massa allo status di apprendisti semi Dei a cui è quasi tutto possibile.

Ma non siamo affatto sicuri che questo potere ci renda felici.
Perchè raggiungere una meta senza fatica rende la meta il più delle volte inutile e priva di significato.
Così dopo un pò, all’eccitazione iniziale, subentra una noia mortale ed essere un dio non è più così speciale ma una specie di dannazione.


D’altra parte un potere del genere avrà pure un prezzo…
E se la mela di Apple fosse la stessa mela dell’Eden ?
Il fatto che sia morsicata è già un indizio rilevante…
Forse la rivoluzione digitale è una nuova forma di peccato originale in versione 2.0.

“Geometra” del software

Qualche tempo fa un mio ex-collega burlone mi diede del “Geometra del software”.


In quel periodo ero impegnato a lavorare sull’architettura del sistema e non perdevo occasione per condividere con i colleghi la mia visione per avere dei feedback utili.
Spesso però le mie lunghe spiegazioni venivano catalogate come farneticazioni assurde: si capiva dall’espressione perplessa che si formava sul viso dell’interlocutore di turno.
Perciò, non di rado, mi sentivo come un predicatore errante. Vagavo senza una meta precisa, cercando di evangelizzare il prossimo, ma con scarso successo.

In quella occasione specifica, tutta la perplessità ingenerata nel mio collega, fu sintetizzata ed espressa nell’epiteto di “Geometra del software”.
Il suo era un modo bonario e divertente per ricondurre ad un livello più terra terra le mie ciancie sull’architettura di sistema.
Della serie: “Ferro, vola basso”.
Trovai la battuta brillante ed acuta e fu spunto per interessanti riflessioni.


La figura del geometra è positiva e concreta.
E’ meno etereo dell’Architetto, più vicino ai muratori alla calce ai mattoni, và sul cantiere.
Sarò romantico, ma mi piace pensare che all’occorrenza sia in grado anche di fare il cemento.

Circa un anno fa feci un colloquio e raccontai del mio ruolo nel delineare l’architettura di sistema. L’intervistatore, persona di estrazione tecnica, volle approfondire e disse: “Si ok, ma qui bisogna anche sporcarsi le mani…”
Capii di essere di fronte ad una persona pragmatica e di essere anche sulla stessa lunghezza d’onda. Risposi sorridendo compiaciuto di questa domanda, che le soluzioni architetturali che avevamo pensato e progettato le avevo realizzate in prima persona e le facevo funzionare tutti i santi giorni insieme ai miei colleghi.

Credo di aver letto su un libro di Taleb che gli antichi Romani collaudavano i nuovi ponti facendo posizionare sotto i progettisti e le loro famiglie.
Era un sistema cinico, ma efficace, per rendere il progettista pienamente consapevole dell’importanza del suo lavoro e direttamente responsabile del buon esito dell’opera.

Ecco, ancora oggi mi sporco le mani e se faccio una scelta o costruisco del software lo faccio con la piena consapevolezza che quanto deciso o realizzato dovrà funzionare nel tempo e che, se non funzionerà, io e i colleghi dovremo farlo funzionare in qualche modo.
Da ciò discende che quanto più, ciò che realizziamo è eccellente, tanto meno problemi e grattacapi ci darà nel tempo.

Questa filiera corta tra chi fa le scelte e fa le cose e chi se ne assume la responsabilità crea un circolo virtuoso che consente di minimizzare il debito tecnico o quanto meno di gestirlo in modo consapevole.

Per cui in definitiva sono orgoglioso di essere un “Geometra del software”.

La burocrazia che non ci serve

Esperienza sul campo e maggiore anzianità Vs Gerarchia 
La burocrazia quella stupida ed ottusa che affossa le proposte sensate che arrivano dal basso.
Quando avere condiviso un’esperienza sul campo rende le gerarchie inutili.
Autorevolezza Vs Autorità
Il coraggio delle proprie idee sapendo già che esprimerle non è la mossa più azzeccata.
La focalizzazione sulla mission .
I migliori strumenti per svolgere il proprio lavoro.
L’esperienza Vs le procedure standard.  

Una piccola avventura

La mia passione per la lettura è nata da ragazzo con la collana Oscar Mondadori.
Amavo leggere i libri di Willard Price in cui si narravano le avventure di due fratelli che andavano a caccia di animali esotici in posti lontani e pericolosi: “Nella foresta dei gorilla giganti”, “Nella savana dei grandi leoni”, “Verso il mare delle grandi piovre”.
Come molti dei ragazzi di quella età ero affascinato da questi racconti forse perché la vita reale non offriva emozioni di quel genere.
Una volta però con mio padre ci trovammo in una situazione insolita che qualche volta mi torna alla mente.
Negli anni 80 la mia famiglia era solita trascorrere il mese di agosto in montagna a Bellamonte.
La località era piccola e molto tranquilla le montagne del Trentino stupende.
Per passare il tempo quando non pioveva avevamo preso l’abitudine di andare in cerca di funghi.
Non eravamo molto esperti, ma la zona era ricca di porcini quindi non c’era il rischio di sbagliarsi.
Un giorno uscimmo soli io e mio padre e seguimmo un percorso che avevamo fatto altre volte.
Di solito il percorso era ad anello, ma quella volta qualcosa andò storto.
Quando pensavamo di essere sulla via del ritorno ci trovammo su un pendio piuttosto scosceso che non avevamo mai incontrato.
Ancora convinti che la direzione fosse giusta, proseguimmo con difficoltà affrontando una pendenza sempre crescente.
Il pendio ben presto si rivelò la sponda del torrente.
Solo allora ci rendemmo conto di avere perso l’orientamento e non potendo risalire l’argine cominciamo a percorrere il letto del torrente, in quel periodo con scarsa portata.
Seguimmo per un buona mezz’ora il flusso dell’acqua, in silenzio accompagnati dal rumore dell’acqua, saltando di masso in masso, ma arrivammo ad una piccola cascata che non potevamo superare.
Delusi e a quel punto un pò preoccupati, decidemmo di invertire il senso di marcia.
Risalimmo il torrente e superato un pendio si parò d’innanzi a noi una diga.
Ci avvicinammo speranzosi a quella grande parete di cemento e trovammo una semplice scala di servizio che la risaliva a zig-zag per tutta la sua altezza.
Percorrendo in silenzio i gradini incontrammo un operaio che verniciava e che ci guardò un pò stupito, ma lo salutammo con un cenno dissimulando una certa indifferenza e proseguimmo.
La scala in breve tempo ci condusse alla strada provinciale, così senza clamore e senza conseguenze la nostra piccola avventura si concluse.
Ripensando a quell’esperienza mi colpisce ancora oggi che, una volta imboccato il pendio, non ci venne mai in mente di avere sbagliato strada e comunque non pensammo di invertire il senso di marcia.