La macchina creativa

Image by Gerd Altmann from Pixabay

La disponibilità dell’AI generativa ha reso chiunque capace di creare un contenuto testuale di buona qualità. Chi ama scrivere evita queste scorciatoie e preferisce confrontarsi con l’ispirazione e la creatività a “mani nude”. La scrittura è una sfida con sé stessi che merita di essere affrontata in un leale corpo a corpo.

Un modello di AI generativa è addestrato su una moltitudine di opere scritte di origine umana. La sua capacità generativa si basa sulla possibilità di combinare su base statistica contenuti preesistenti. Questo meccanismo, a prima vista, rende la capacità generativa AI diversa dall’immaginazione umana, ma ne siamo sicuri?
Recentemente ho scritto e pubblicato un racconto “Unico testimone la Luna”, esso è indubitabilmente farina del mio sacco. L’ho immaginato e scritto io, quindi è un contenuto senza dubbio originale.
Ma quale opera scritta possiamo considerare veramente originale?

Con il termine originale intendiamo prodotto da qualcuno da zero, non copiato, scaturito dall’immaginazione. Ma se ci fermiamo a riflettere, ci accorgiamo che, ciò che consideriamo esclusivo frutto della nostra mente, è solo il prodotto di una lunga serie di contaminazione, suggestioni ed esperienze vissute lungo l’arco di una vita. Alla fine, ciò che scrivo non è necessariamente nuovo od inedito, ma semplicemente la combinazione conscia ed inconscia di qualcosa che ho letto, visto ed esperito fino a quel momento.

Dal punto di vista puramente generativo, forse non siamo molto diversi dall’AI. Vivendo, interagiamo con il resto del mondo ed alimentiamo un modello (mente e memoria) che influenza il nostro comportamento e la nostra creatività. Diversamente dall’AI il nostro modello è alimentato da una serie di informazioni sensoriali captate attraverso il corpo. Ciò che creiamo è sempre la sommatoria degli eventi di cui siamo testimoni o attori. L’elaborazione degli eventi sensoriali che ci hanno raggiunto, coinvolto e che alla fine ci hanno trasformato.

Un creativo in effetti può essere considerato una “macchina” che grazie ad una particolare sensibilità, elabora il proprio vissuto e lo reinterpreta, trasformandolo in un’opera. L’AI non ha una fisicità, non vive il mondo concreto, non raccoglie stimoli sensoriali e non sperimenta le emozioni. È un alieno che conosce l’umanità attraverso ciò che essa ha prodotto a livello letterario. Può dire di conoscerla molto bene, può persino mimarne il comportamento, impersonando qualcuno, ma non è in grado di replicarne l’essenza. Alla fine quel corpo che ci rende esseri finiti e limitati, forse rappresenta proprio il nostro vantaggio competitivo.

Leggendo un libro è spontaneo domandarsi quanto ci sia di autobiografico dell’autore. Io sono dell’idea che in un’opera c’è inevitabilmente sempre tutta la vita intera dell’autore. Non in senso stretto di accadimenti, ma nel significato che l’opera racchiude in sé. Per questo trovo molto più interessante indagare sui motivi che hanno messo in moto quella macchina e che, attraverso un processo di trasformazione, ha dato vita a quell’opera. L’AI, non potendo provare emozioni, non è in grado di mettere in moto questo processo. Il significato forse è la chiave di tutto. L’AI può generare poesia, ma non è in grado di coglierne il significato e quindi non ne subisce l’effetto. Può decifrare la metrica e farne la parafrasi, ma non è in grado di emozionarsi per la sua bellezza.

Onde di girasoli nella campagna di Corinaldo (AN).
In lontananza il massiccio del Monte Acuto e Monte Catria

Forse fino a quando l’AI sarà incapace di provare stupore di fronte ad un panorama, godremo del vantaggio di essere umani.

L’arte che è in ciascuno di noi

Mark Knopfler – Privateering Tour – Father & son / Hill Farmer’s blues

Come iniziare bene l’anno? Per esempio ascoltando buona musica e fermandosi a riflettere sul divino che si nasconde in ciascuno di noi.

Come può un uomo di mezza età dall’aspetto anonimo da impiegato del catasto farvi passare i brividi lungo la schiena?
In fondo la musica è solo aria che vibra. Un’infinita combinazione di sette semplici note.

Credo si tratti di arte ed è un grande potere: la magia di indurre emozioni a distanza su altre persone.

Non smettete mai di cercare questa magia nascosta in voi.
Se la trovate abbiatene cura e fatela crescere. Non abbiate paura di lasciare che emerga. Qualcuno vi prenderà per folle, ma non soffocate il vostro demone.
Cercate altre persone con lo stesso dono capaci di vibrare alla vostra stessa frequenza, con la vostra stessa sensibilità e farete cose grandi insieme.

Vi auguro di trovare la vostra “band”. Polistrumentisti che sappiano suonare strumenti inusuali: la cornamusa il violino ed il flauto così sarete capaci insieme di produrre melodie angeliche. Sarà facile suonare insieme la danza della vita. Basterà un cenno del capo per capirsi. Suonerete insieme con il sorriso: divertendovi. E saprete navigare insieme il mare: indovinando l’armonia delle onde.

Agli scrittori auguro di riuscire con la propria penna, di generare anche solo la metà della magia che è in grado emanare Mark Knopfler con la sua chitarra e la sua voce.

Non smettete mai di cercare la bellezza e l’armonia e forse riuscirete a vivere questo mondo con una certa leggiadria.

Quasi magia

Molti anni fa, credo fosse il 1998, fui testimone di un surreale scambio di battute tra colleghi. I due erano entrambi software engineer con esperienza, ma diversissimi tra loro. In quel periodo stavano collaborando ad un progetto problematico e formavano una strana coppia. S. era il leader: giovane, geniale e irriverente. C. un ingegnere preciso, metodico, ma introverso. Io ero alle prime armi e le dinamiche di questo team atipico mi affascinavano molto.
Quel giorno mi trovavo a parlare con S. alla sua scrivania quando C., nella postazione a fianco, in un inaspettato slancio di gentilezza, si girò e chiese a S.:
“Senti, devo scrivere quella funzione in C++ che poi dovrai invocare, che parametri preferisci in ingresso ?”
S. si tormentò il pizzetto per qualche istante con fare pensoso e poi rispose serio e risoluto: “Guarda, facciamo una cosa semplice…” Poi fece una pausa studiata ad arte e proseguì: “Definisci una funzione che accetta in ingresso solo una stringa. Così io scrivo in linguaggio naturale quello che la funzione deve fare e lei lo fa…”.
Rimanemmo in silenzio per alcuni secondi, guardando C. che cercava di assorbire il colpo. L’espressione interrogativa del suo viso lasciò il posto prima all’incredulità e poi alla delusione. Alla fine disse laconicamente: “Ho capito…” e tornò a rivolgersi al suo schermo. Noi naturalmente scoppiammo a ridere.

Finora questo era solo uno spassoso aneddoto a testimonianza della brillantezza di S. .
Qualcosa però è cambiato perché a distanza di 25 anni la rivoluzione dell’AI Generativa ha inaspettatamente dato corpo a quella battuta nonsense.
Così oggi, ogni volta che penso a quella frase, un brivido freddo mi attraversa la schiena. Risento S. pronunciare quelle parole: “Io scrivo in linguaggio naturale quello che deve fare e lei lo fai…” e lei lo fa. È quasi magia.

La lezione del bosco

Sabato scorso decido di tornare a vedere una cascata molto suggestiva.
La prima volta ci andai ad agosto di due anni fa in una giornata molto calda. Trovai senza fatica la località e lasciata la moto mi avviai a piedi per il sentiero, seguendo le indicazioni trovate sul web. Ad un certo punto sbagliai direzione ed imboccai un deviazione a destra scendendo una ripida discesa. Una volta resomi conto dell’errore risalire fu molto faticoso ma raggiunsi la meta e ne valse la pena.

L’altro giorno la giornata era fresca. Prima di partire mi documento nuovamente sul tragitto e parto con la moto. Una volta sul posto mando un messaggio a mia moglie per informarla dove sono, perché la prudenza non è mai troppa. Mi incammino. Nella parte iniziale trovo i riferimenti previsti: la sbarra e più avanti la madonnina. Rassicurato, procedo per il sentiero con il mio bias mentale: “Non andare mai a destra”. Trovo varie deviazioni ma, fedele al mio mantra, prendo sempre a sinistra. Il bosco in questo periodo è rigoglioso e colorato, i crochi lilla spuntano del terreno e i fiori gialli del maggiociondolo dondolano pigri. Sono solo e nell’aria quieta echeggiano i cinguettii degli uccellini, un’atmosfera magica.
Il sentiero sale e a tratti si fa ripido. Non lo ricordavo così impegnativo, mi dico che la memoria può giocare brutti scherzi e vado avanti tenace. In una salita trovo uno strato di foglie secche che forma un cuscino cedevole di dieci centimetri, mai visto su questo sentiero, deve essersi formato nel tempo. Procedo sapendo di dover incontrare una fonte d’acqua, ma non la vedo ancora e mi sembra di avere fatto parecchia strada. Il sentiero per lo più è immerso nell’ombra e quando si apre per brevi tratti vedo il monte che mi sovrasta imponente. La rete dati cellulare, alle pendici di questo massiccio, è scarsa e non riesco ad avviare Google Maps quindi posso solo sperare di essere sul sentiero giusto.

Ad un certo punto il sentiero termina nel canalone sassoso di un torrente in secca. In una frazione di secondo mi passano per la testa tutta una serie di pensieri: “Chi ha spostato la cascata ? Non è possibile che il torrente sia in secca. Più in basso sento rumore d’acqua. Voglio parlare con il direttore!!”
La parte razionale del mio cervello ha presto la meglio su quella più antica ed istintiva e prendo immediatamente coscienza di aver sbagliato percorso. La cascata non è secca, lo so perché ho visto recenti filmati sui social. Posso solo ipotizzare che questo sentiero viaggi troppo alto sul fianco della montagna, per questo non ho intercettato il salto d’acqua. Commento tra me e me che certo qualche indicazione in più, lungo il percorso sarebbe stata utile. Armato di pazienza torno indietro ed al primo bivio e prendo a destra. Questo sentiero corre più basso, forse è quello giusto. Mi inoltro e poco dopo noto che il sentiero è devastato da frane, alberi caduti ed erba alta, tutto ciò mi fa pensare che anche questa deviazione sia errata. Torno indietro nuovamente, ma a questo punto faccio delle riflessioni. Fino a lì ho consumato parecchie energie e per tornare devo affrontare due salite ripide.
Rinunciare sarebbe un peccato, ma anche trovando la strada giusta, sarò poi in grado di fare l’intero percorso a ritroso ? Le cose belle richiedono fatica ed impegno, ma l’energia è una risorsa limitata, devo valutare bene quale sia il mio punto di non ritorno.
Torno indietro fino alla successiva deviazione. Non mi posso permettere una terza esplorazione con esito negativo. Mi fermo a prendere fiato all’incrocio, alzo un po’ gli occhi e lo vedo.
Un piccolo cartello quadrato rosso con una freccia che indica “Cascata”: che idiota. In Toscana avrebbero detto “Maremma maiala! Un’llo visto!”.

A questo punto non ho dubbi, la “tigna” prevale sulla stanchezza. Seguo il sentiero sicuro di essere nel giusto. Faccio un bel tratto di strada con almeno altre due discese ripide che si aggiungono al percorso che dovrò fare al ritorno, ma ormai pazienza. Sento il rumore dell’acqua sono vicino. Dopo un po’ infatti arrivo alla cascata e la sua vista mi ripaga di tutte le fatiche.
Nessuna frivola esultanza. Rimango in silenzio a contemplare quello spettacolo mentre il fragore dell’acqua riempie l’aria.
Una breve sosta per bere e poi riparto, perché le salite mi attendono e non voglio farle aspettare. Le salite come previsto si fanno sentire, però con passo lento costante le supero una dopo l’altra. E’ incredibile la strada che si riesce a fare a piedi nonostante la stanchezza. La discesa finale per arrivare al paesino è gioia pura. Adesso sono felice, ho raggiunto l’obiettivo.

A questo punto sono d’obbligo alcune riflessioni.
La prima esperienza negativa ha generato una distorsione mentale che mi ha indotto nuovamente fuoristrada, mi viene da dire che a volte: sbagliando si sbaglia.
La convinzione di essere sulla strada giusta mi ha impedito di valutare correttamente alcuni segnali tra cui proprio i cartelli: l’eccesso di focalizzazione mi ha impedito di cogliere segnali utili. E dire che questa è una vecchia lezione che pensavo di aver appreso.
Nonostante tutto ad un certo punto la realtà ha preso il sopravvento sulle mie false convinzioni ed ho adottato un approccio più razionale al problema.
Per raggiungere un obiettivo la motivazione è fondamentale, ma non basta, servono le risorse.
Le risorse sono limitate ed è importante tenerle sotto controllo. A volte fallire è meglio che insistere. Non importa quanto siano solide le tue convinzioni, se trovi evidenze che dicono il contrario devi essere pronto a cambiare idea. Non importa quanta strada hai fatto, se hai sbagliato direzione la prima cosa da fare è tornare indietro, proseguire non farebbe altro che peggiorare l’errore.
A questo punto spero solo di avere imparato la lezione e magari la terza volta sarà quella buona.

Best practice


Molti anni fa, agli albori della mia carriera professionale, partecipai ad un corso di team building. Svolgemmo numerose esercitazioni, ma ce ne fu una che più delle altre lasciò in me un segno indelebile.
L’esercizio prevedeva di risolvere un puzzle piuttosto complicato in un tempo limitato attenendosi rigorosamente alle regole che erano state scritte alla lavagna.
A circa metà del tempo il formatore, senza dire nulla, attaccò alla lavagna un disegno con la soluzione. Noi incuranti proseguimmo il nostro lavoro tentando di risolvere il rompicapo.
Il tempo a nostra disposizione terminò e non trovammo la soluzione.

Il formatore chiese chi avesse notato la presenza della soluzione e chi l’avesse utilizzata per risolvere l’esercizio. Io in effetti l’avevo notata, ma non l’avevo presa in considerazione avevo pensato tra me: “Troppo facile, copiare non vale”.
Il formatore ci fece notare però che tra le regole non era inclusa quella di non copiare. In effetti l’obiettivo dell’esercizio era dimostrare che il mindset influenza il comportamento e tende a ridurre lo spazio di ricerca della soluzione. Inoltre essere troppo focalizzati sul problema a volte impedisce di cogliere eventuali preziosi aiuti esterni: pensiero laterale. Nel caso specifico ci svelò che siamo cresciuti con l’idea che copiare è sbagliato e con il senso di colpa che ne deriva.

In quel momento presi consapevolezza di quanto la mia visione del mondo fosse influenza dal retroterra culturale d’origine.
Il messaggio che passò è che il mondo del business è spietato, conta il risultato e non come ci si arriva. Io sarò romantico, ma a questa idea di un mondo cinico e crudele non mi sono mai piegato.
Però è innegabile che copiare sia uno sport molto diffuso. Forse è per questo tendiamo a parafrasare. Per esempio “Prendere spunto” suona già meno peccaminoso. Domani quando qualcuno vi apostroferà sdegnato:
“Ehi, ma tu hai copiato!” potrete sempre rispondere sorridenti e sornioni:
“No, certo che no. Ho solo applicato una best practice”.

Lo spirito del biker

Monte Nerone vista sulla costa adriatica

Qualche tempo fa chiacchierando con una mia amica le dissi che ero stato a fare un giro in moto.
Lei mi guardò in modo interrogativo e mi chiese: “E dove dovevi andare ? ”
Io: “In nessun posto in particolare. Semplicemente un giro.”
Lei poco convinta: “Ah bè.”

Tentai di spiegarle quanto sia bello andare in moto, ma non ci riuscii.
L’episodio mi colpì e mi fece riflettere.
Chi me lo fa fare di salire su una moto ed espormi a tutti i rischi che ciò comporta ?
Andare in moto è oggettivamente pericoloso. Possono andare storte tante cose: un problema meccanico, un animale che attraversa, la breccia in mezzo alla curva, qualcuno che non ti dà la precedenza.
E ancora perché spendere per la manutenzione, la benzina, le gomme ecc. ?
La risposta naturalmente è la passione. Quel sentimento irrazionale che ti induce a fare cose fuori dell’ordinario, ma che ti fanno sentire bene.

Da quel momento raramente esco in moto senza essere vestito di tutto punto.
Inoltre ogni volta che la congiunzione astrale è favorevole per un’uscita devo vincere una certa vocina che mi dice “ma n’do vai, lascia perde…” e mi fa sentire stupido.
E’ esattamente la stessa stupidità che ho sperimentato nel 2007 quando, dopo parecchi anni, mi sono convinto a ricomperare una moto e, all’ingresso del concessionario, mi sono detto: “cosa sto facendo ?”
Quella vocina continua a tormentarmi mentre mi infilo gli stivali, indosso il giubbotto e calzo il casco.
Eppure mi basta percorrere pochi metri in sella alla mia XT e quella vocina si è già volatilizzata.
La sensazione di leggerezza di libertà e quell’equilibrio ritrovato danno un senso a tutto ciò.

Santo Stefano Arcevia (AN) sullo sfondo Monte Strega e Massiccio del Monte Catria e Acuto

Chi non è un motociclista vede la moto come un semplice mezzo di trasporto che può portarti dal punto A al punto B, ma tutto ciò è estremamente riduttivo.
Chi ama la moto crede profondamente nell’idea che il viaggio conti più della destinazione.
Poi ciascuno motociclista vive l’esperienza di andare in moto in modo diverso. Chi ama l’adrenalina e chi invece preferisce i panorami.
Io personalmente amo viaggiare lentamente e sfrutto la moto per esplorare i nostri appennini, quindi spesso abbino un giro in moto ad una breve escursione in montagna.
Per questo preferisco strade secondarie non trafficate che mi regalano scorci spettacolari sul nostro territorio.
Gironzolare per le nostre vallate tra l’azzurro del cielo ed il verde della campagna è un grande privilegio.
Le strade familiari, la bassa velocità la natura intorno e i panorami fino alle montagne, unite alla danza delle curve mi fanno entrare in uno stato di pace dalla quale spesso scaturiscono ispirazioni creative.

Monte San vicino sullo sfondo la diga di Castreccioni a Cingoli (MC)

Quando siamo in sella alle nostre moto con le nostre “armature” ci sentiamo dei cavalieri medievali. Non abbiamo nemici da sfidare, noi siamo difensori.
Le protezioni che indossiamo sono a difesa dello spirito bambino che alberga in noi. Quello che osserva affascinato il mondo con occhi pieni di curiosità. Nel nostro peregrinare cerchiamo di mantenere quello spirito capace di stupirsi di fronte ad panorama. In definitiva siamo cavalieri erranti alla perenne ricerca di meraviglia, perché questo ci fa sentire vivi.
La moto è un mezzo per teletrasportarsi in una dimensione utopica dove i problemi della vita non esistono. Un periodo di sospensione in cui torniamo ad essere quegli adolescenti che in sella ad un cinquantino assaporano una libertà fino a quel momento sconosciuta.
La nostra è una magia di breve durata ma ripetibile. Le emozioni vissute un patrimonio prezioso che nessuno potrà mai toglierci.

Cavalli d’acciaio e cavalli in carne ed ossa

Recentemente quella mia amica è andata in montagna insieme alle sue compagne storiche. Quattro donne che fanno un viaggio insieme e si lasciano alle spalle per qualche giorno famiglia, lavoro e tutti gli affanni della vita per ritrovare se stesse è una cosa stravagante, coraggiosa e poetica: da veri biker.
Perché lo spirito del motociclista è solo uno stato mentale e per viverlo non serve necessariamente guidare una moto.

Laboratorio di scrittura creativa

Quasi un milione di anni fa

Image by Welcome to All ! ツ from Pixabay

Questa storia comincia molti anni fa.
Avevo quattordici anni e frequentavo la terza media a Corinaldo.
La nostra professoressa d’Italiano in collaborazione con Paolo Pirani, allora addetto culturale del Comune di Corinaldo, ci coinvolse in attività di teatro e cineforum. In quell’occasione ebbi modo di conoscere Paolo e vederlo in azione.
Dopo oltre trenta anni incrociai nuovamente Paolo su Facebook.
Avevo già un mio blog ed avevo scritto alcuni post su film e serie tv che mi avevano particolarmente colpito.
Riemersero d’un tratto i ricordi di quei cineforum che avevo tanto amato.
Lentamente presi coscienza del fatto che la mia sensibilità verso la scrittura ed il cinema probabilmente era il frutto di quella lontana esperienza.
Superai l’imbarazzo e gli scrissi un messaggio in privato. Lo ringraziai per avere svolto con tanta passione il suo lavoro. Nel mio caso quel seme aveva dato dei frutti e lui ne fu felice. Così tornai in contatto dopo tanto tempo con una persona speciale e per me preziosa fonte d’ispirazione.

Il blog

Image by Nile from Pixabay

Il mio blog è nato ormai sette anni fa.
Le motivazioni per cui l’ho creato, a distanza di anni, tendono a sfuggire anche a me. E’ nato come blog tecnico, con l’obiettivo di fare personal branding a livello professionale. Nelle intenzioni iniziali infatti avrebbe dovuto ospitare solo post di programmazione, per questo il titolo: “Fare e costruire”.
Invece fin da subito mi sono abbandonato all’ispirazione ed ho cominciato a raccogliere pensieri e riflessioni di varia natura, scoprendo o riscoprendo il piacere di scrivere.
Da ciò è emerso nel tempo il sottotitolo: “Un posto in cui riflettere”.
Quindi sono già passati alcuni anni da quando ho imboccato in modo imprudente questo sentiero, senza sapere esattamente dove mi avrebbe condotto.
Alla fine credo di aver raggiunto comunque l’obiettivo, perché questo blog dice molto di me, più di quanto avrei mai immaginato.
E comunque nel tempo il viaggio è diventato più importante della destinazione.

L.S.C. (Laboratorio di Scrittura Creativa)

Ex refettorio delle clarisse di Ostra

Nell’autunno 2022 Paolo su Facebook ha inviato chiunque ad unirsi ad un “Laboratorio di scrittura creativa” ad Ostra.
Incuriosito mi sono presentato all’incontro senza sapere esattamente cosa aspettarmi.
Ho ritrovato il Paolo di sempre e conosciuto persone speciali con una spiccata sensibilità e con la passione per la scrittura. Un contesto sicuro in cui esprimersi. E’ stato entusiasmante.
Dopo qualche incontro Paolo ci ha proposto si scrivere un brano su due temi “Parole Sospese” o “Parole di fango” e ci ha prospettato la possibilità di dare corpo ad un evento di lettura pubblica in collaborazione con il Comune di Ostra.
In poco tempo ciascuno si è cimentato nell’impresa di produrre un testo che riflettesse il proprio punto di vista. Paolo si é occupato di stilare un palinsesto ed ha proposto a Renzo Ripesi di unirsi al gruppo per accompagnarci con la sua chitarra.
Qualche prova e poi in scena in modo del tutto spontaneo e naturale.

Devo confessare che ero timoroso rispetto al tema scelto, perché non ho vissuto in prima persona l’esondazione e quindi non mi sentivo autorizzato a trattare un tema così delicato.
Per questo ho scelto di aggirare l’ostacolo ed ho scelto un punto di vista storico.
In due racconti ambientati in epoche e luoghi diversi ho provato a descrivere il legame profondo tra l’uomo ed il fango.

Ieri sera è avvenuta la lettura pubblica ad Ostra nell’ex refettorio delle Clarisse alla presenza del Sindaco e di alcuni concittadini.
L’evento è stato molto bello e i riscontri sono stati positivi.

Navigatori

Image by Dimitris Vetsikas from Pixabay

Come ha detto Paolo ieri sera, scrivere è un atto di coraggio, perché costringe a guardarsi dentro, chi scrive lo sa bene.
Leggere in pubblico ciò che si è scritto è ancora più sfidante, perché ci espone al resto del mondo.
In una società che corre veloce, fermarsi a pensare, riflettere, riordinare i pensieri e scrivere è un lusso. Noi lo facciamo e siamo controcorrente.
Viviamo l’epoca in cui l’intelligenza artificiale è diventata capace di generare racconti, fiabe, romanzi quindi siamo particolarmente controcorrente.
Forse abbiamo addirittura scelto il momento storico sbagliato per essere creativi. O forse no: in fondo è bello essere controcorrente.

Siamo navigatori erranti in un’oceano pieno di parole.
Ce ne stiamo a pescare pazienti e silenziosi in attesa che arrivi l’ispirazione ed una nuova parola abbocchi all’amo. Una dopo l’altra. E quando ne abbiamo pescate a sufficienza, cerchiamo di combinarle insieme per costruirci una frase, un concetto, un’idea come degli artigiani.
Paolo è il comandante della nostra nave. Un Achab mai stato folle, ma con una passione altrettanto bruciante. E’ lui ci guida su questo mare sconfinato alla perenne ricerca della grande balena bianca: un significato.

Un grazie a lui per l’ispirazione e l’incoraggiamento che ci ha profusi in questa avventura emozionante.
Sono onorato di avere navigato insieme ai miei colleghi per questo tratto di mare.
Un gruppo eterogeno perciò ricco di punti di vista diversi.
Sono pronto ad imbarcarmi nuovamente.

Giunti a destinazione, ma già pronti a ripartire

Image by maurizio di fiore from Pixabay

Così si chiude un capitolo di una storia cominciata molti anni fa ed il cui seguito deve ancora essere scritto.
Una storia fatta di incontri che sembrano casuali e che invece sono il risultato di scelte personali e consapevoli. Scelte che si riverberano nel tempo creando interessanti increspature.
Per questo motivo io continuo a seguire l’ispirazione, senza sapere dove mi condurrà, ma felice di poter condividere una parte del viaggio con dei nuovi preziosi amici.

Primitivi

Image by Franz W. from Pixabay

Molto tempo fa, credo fosse l’autunno 2001 , andai a Bolzano per lavoro. Era il primo incarico da docente per un corso di formazione ed era anche la prima volta che visitavo la città. Ero comprensibilmente ansioso e disorientato. Arrivai in treno, alloggiavo in un bell’hotel nella piazza centrale.

L’indomani trovai con qualche difficoltà la sede del corso, ma naturalmente ero in largo anticipo. Presi contatto con l’organizzazione e familiarizzai con i partecipanti. Cominciai a trattare gli argomenti previsti dal programma se non ricordo male HTML e Database Relazionali . Il corso si svolse regolarmente e alla fine i feedback dei partecipanti furono ottimi.

Mi muovevo a piedi. A pranzo andavamo tutti insieme, alla sera invece ero solo. Mi sceglievo un ristorante e mi portavo un bel libro. Vivevo la rara e privilegiata condizione di turista solitario. Avevo però la strana sensazione di essere straniero in terra straniera, perciò osservavo tutto con curiosità e massimo rispetto.
Giorno dopo giorno presi confidenza con il centro città.
L’architettura nordica tipicamente gotica. I cartelli e i segnali bilingue. I cibi tipici: speck, canederli e strudel. Un mondo nuovo e affascinante. Nord europeo composto ed efficiente.
Insomma in poco tempo entrai in una nuova piacevole routine.

Un sabato mattina soleggiato, ma dal freddo pungente, feci una bella passeggiata al parco cittadino e poi andai a visitare il museo archeologico che espone la mummia di Otzi. Nella parte iniziale del percorso c’erano una serie di pannelli con video esplicativi sul ritrovamento ed il recupero del reperto dal ghiacciaio. Incuriosito mi fermai ed insieme ad altri visitatori ci ponemmo a circa un metro e mezzo di distanza per visionare quel mini documentario in modo ottimale. Ce ne stavamo tutti in religioso silenzio, quando una famiglia italiana al completo, entrò rumorosamente nel nostro campo visivo da destra . La loro attenzione venne attirata dal video e si fermarono propria davanti a noi dandoci le spalle, impallando completamente la nostra visuale. Per lunghissimi venti secondi tacquero guardando un esile frammento del video. Poi riprendendo a vociare confusamente, così come erano arrivati, se ne andarono ignari della nostra presenza. Noi sfortunati testimoni della scena, incrociammo gli sguardi e traemmo un sospiro, ma non avemmo l’animo di commentare.

Completai la visione del video e poi andai alla teca della mummia. La visione della mummia è macabra, ma nel suo complesso il reperto riserva molte sorprese.
Mi colpì il livello del suo equipaggiamento , la fattura del vestiario ed i tatuaggi.
E’ paradossale pensare che un essere umano di oltre 5.000 anni fa avesse abilità e conoscenze tali da riuscire a sopravvivere in un ambiente ostile, mentre un’ impresa del genere sarebbe impraticabile per un qualunque essere umano moderno.

Uscì dal museo riflettendo sul fatto che Otzi non era così primitivo come si possa credere e che viceversa l’essere umano moderno in certe occasioni non sembra davvero così civilizzato.
Otzi mi tornò simpaticamente in mente anni dopo, osservando una bufera di neve mentre ero comodamente seduto al caldo sul divano di casa: Piccola storia assurda.

Uomini e fango

Nulla è malvagio per natura, neanche il fango.
Nella Bibbia il fango è la materia con cui l’uomo è stato plasmato.
Il legame tra il fango e l’uomo ha radici profonde su cui è utile fermarsi a riflettere.

In paziente attesa 

La stagione della raccolta era terminata da qualche tempo, ma il periodo della secca non era ancora terminato, perché il livello del fiume non accennava a salire.
Il bambino all’ombra di un papiro guardava il padre che se ne stava accovacciato in silenzio sulla riva con lo sguardo rivolto verso sud.
Chiese: “Cosa stai facendo ?”
L’uomo si voltò, gli sorrise e poi indicò le acque con la mano.
“Sto pregando Hapi affinché, attraverso l’esondazione del Nilo, si manifesti ancora una volta a noi, portando fertilità ed abbondanza.”

Sperimentazione

Quel giorno i maschi del gruppo erano a caccia. Le femmine e i piccoli erano impegnati in attività domestiche in riva al fiume. Quelli della sua età seguivano da vicino la propria madre, ne osservavano i gesti e li ripetevano come fosse un gioco. Scheggiare pietra per farne punte di freccia era l’attività più diffusa.
Lei però non era brava con la selce e ciò era fonte di frustrazione. Preferiva giocare in disparte con il limo del fiume. Ne prendeva manciate e provava a modellarlo, ma la consistenza era acquosa e colava via dalle mani. Così dopo ogni tentativo, gettava via quella poltiglia inutile che andava a formare mucchi informi.
Quel giorno affondò ostinatamente le mani nel fondo del fiume, ma quasi a voler esorcizzare l’ennesima sconfitta, gettò uno sguardo ai falliti esperimenti dei giorni precedenti. Rimase interdetta. I cumuli avevano mutato aspetto. Si avvicinò ad uno di essi e lo toccò con la punta delle dita: la consistenza era cambiata. La melma esposta al sole aveva perso l’acqua in eccesso ed ora obbediente, manteneva la forma che gli veniva impressa con le mani.

Probabilità e statistica

Foto di Zhuo Cheng you su Unsplash

Da quello che ho letto, sembra che ChatGPT usi un anche un approccio statistico per generare le risposte.
Sulla base dei dati su cui è stato addestrato, conosce la probabilità di due parole di comparire vicine.

Questa cosa mi ha fatto tornare in mente un surreale scambio di battute avuto con mio figlio in merito ad un compito in classe.
“Preferisco i quiz a risposta multipla rispetto alle domande a risposta aperta, perché almeno posso tirare ad indovinare…”
Io : “In realtà puoi usare la stessa tecnica anche nel caso di domande aperte. Il problema è che scrivendo parole a caso hai una bassa probabilità di comporre una frase di senso compiuto e che sia coerente rispetto alla domanda…”