Primitivi

Image by Franz W. from Pixabay

Molto tempo fa, credo fosse l’autunno 2001 , andai a Bolzano per lavoro. Era il primo incarico da docente per un corso di formazione ed era anche la prima volta che visitavo la città. Ero comprensibilmente ansioso e disorientato. Arrivai in treno, alloggiavo in un bell’hotel nella piazza centrale.

L’indomani trovai con qualche difficoltà la sede del corso, ma naturalmente ero in largo anticipo. Presi contatto con l’organizzazione e familiarizzai con i partecipanti. Cominciai a trattare gli argomenti previsti dal programma se non ricordo male HTML e Database Relazionali . Il corso si svolse regolarmente e alla fine i feedback dei partecipanti furono ottimi.

Mi muovevo a piedi. A pranzo andavamo tutti insieme, alla sera invece ero solo. Mi sceglievo un ristorante e mi portavo un bel libro. Vivevo la rara e privilegiata condizione di turista solitario. Avevo però la strana sensazione di essere straniero in terra straniera, perciò osservavo tutto con curiosità e massimo rispetto.
Giorno dopo giorno presi confidenza con il centro città.
L’architettura nordica tipicamente gotica. I cartelli e i segnali bilingue. I cibi tipici: speck, canederli e strudel. Un mondo nuovo e affascinante. Nord europeo composto ed efficiente.
Insomma in poco tempo entrai in una nuova piacevole routine.

Un sabato mattina soleggiato, ma dal freddo pungente, feci una bella passeggiata al parco cittadino e poi andai a visitare il museo archeologico che espone la mummia di Otzi. Nella parte iniziale del percorso c’erano una serie di pannelli con video esplicativi sul ritrovamento ed il recupero del reperto dal ghiacciaio. Incuriosito mi fermai ed insieme ad altri visitatori ci ponemmo a circa un metro e mezzo di distanza per visionare quel mini documentario in modo ottimale. Ce ne stavamo tutti in religioso silenzio, quando una famiglia italiana al completo, entrò rumorosamente nel nostro campo visivo da destra . La loro attenzione venne attirata dal video e si fermarono propria davanti a noi dandoci le spalle, impallando completamente la nostra visuale. Per lunghissimi venti secondi tacquero guardando un esile frammento del video. Poi riprendendo a vociare confusamente, così come erano arrivati, se ne andarono ignari della nostra presenza. Noi sfortunati testimoni della scena, incrociammo gli sguardi e traemmo un sospiro, ma non avemmo l’animo di commentare.

Completai la visione del video e poi andai alla teca della mummia. La visione della mummia è macabra, ma nel suo complesso il reperto riserva molte sorprese.
Mi colpì il livello del suo equipaggiamento , la fattura del vestiario ed i tatuaggi.
E’ paradossale pensare che un essere umano di oltre 5.000 anni fa avesse abilità e conoscenze tali da riuscire a sopravvivere in un ambiente ostile, mentre un’ impresa del genere sarebbe impraticabile per un qualunque essere umano moderno.

Uscì dal museo riflettendo sul fatto che Otzi non era così primitivo come si possa credere e che viceversa l’essere umano moderno in certe occasioni non sembra davvero così civilizzato.
Otzi mi tornò simpaticamente in mente anni dopo, osservando una bufera di neve mentre ero comodamente seduto al caldo sul divano di casa: Piccola storia assurda.

AI generativa

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

La rivoluzione digitale ha semplificato molte attività aumentando i “poteri” degli esseri umani e inducendo evidenti effetti collaterali, ne parlavo tempo fa qui. L’uomo, grazie alla tecnologia digitale ha migliorato l’accesso alle informazioni e la capacità di memorizzazione, ma finora la creatività era una dote esclusiva e personale. Un dono raro, dalle origini misteriose e dai meccanismi sfuggenti.
Con l’AI generativa è stato superato anche questo limite. Usando un’AI (es. ChatGpt) e fornendo le giuste indicazioni, chiunque può generare un racconto, una canzone, una poesia. Questo cambia significativamente le cose e fa emergere una serie di domande inquietanti.

Come potremo sapere se una creazione è umana o artificiale ? Forse servirà la tracciabilità delle opere. Se non possiamo attribuire la paternità delle opere i concorsi e le prove d’esame dovranno essere dal vivo e preferibilmente di tipo orale. Un curioso paradosso, abbiamo appena sperimentato l’utilità delle attività a distanza e dobbiamo già tornare alla presenza fisica ? Ha senso parlare di diritti d’autore per un’opera generata ?

Avere a disposizione questa potenza creativa ci renderà tutti poeti e scrittori o invece appiattirà l’offerta?
I creativi saranno spinti a fare meglio, si ritireranno o troveranno il modo di cooperare con le AI ?
Se un’AI venisse addestrata su tutto lo scibile umano potrebbe essere considerata rappresentativa dell’umanità nel suo insieme ?

Quando l’AI diventerà tascabile e sarà addestrata in modo continuo con tutti i nostri dati personali, essa diventerà un nostro doppio digitale che ci migliorerà a tutti i livelli. Gli smart glasses e l’AI ci renderanno umani potenziati. Più sarà potente il modello, maggiore saranno le performance. Se prima ciascuno poteva trovare nella propria creatività un potente fattore competitivo innato, in futuro il denaro potrà sopperire a questa mancanza.
L’arte umana perderà valore per inflazione di opere generate e co-generate o lo acquisterà diventando ancora più rara?

Quando saremo defunti il nostro io digitale sopravvivrà ? I nostri amici potranno chattare ancora con il nostro “spirito” digitale ? Il doppio, privato dell’esperienza della vita, rimarrà fermo al suo tempo diventando noioso? Forse gli forniremo falsi ricordi di nuove esperienze per mantenerlo “vivo” ? Se alla morte fisica non corrisponderà una morte digitale, il nostro io digitale potrebbe vivere in eterno, ammesso che ci sia energia per sostentarlo. Sarebbe una sorta di vita eterna digitale.

L’AI generativa è sostenuta da un modello di comprensione del linguaggio addestrato su una grande mole di dati. Secondo lo storico Yuval Noah Harari (“Sapiens. Da animali a dèi”) il linguaggio è stato il fattore chiave di successo della specie umana. Ora questa è un’abilità digitale e come tale può essere sviluppata, condivisa, clonata: una vera rivoluzione. L’AI è molto vicina a superare il test di Turing. Ciò avvicinerà le macchine agli esseri umani e i confini inizieranno a sfumare. Presto sarà possibile ciò che Philiph K. Dick teorizzava nei suoi romanzi il Dottor Sorriso: un servizio digitale completamente automatico di psicanalisi. Per ora l’AI non ha consapevolezza di se e non ha un corpo fisico, ma quando avremo superato anche queste barriere, ci servirà il test Voight-Kampff del film “Blade Runner” per distinguere un essere umano da un androide.
Comunque se va male, male, male sappiamo già che vincerà SkyNet .

Uomini e fango

Nulla è malvagio per natura, neanche il fango.
Nella Bibbia il fango è la materia con cui l’uomo è stato plasmato.
Il legame tra il fango e l’uomo ha radici profonde su cui è utile fermarsi a riflettere.

In paziente attesa 

La stagione della raccolta era terminata da qualche tempo, ma il periodo della secca non era ancora terminato, perché il livello del fiume non accennava a salire.
Il bambino all’ombra di un papiro guardava il padre che se ne stava accovacciato in silenzio sulla riva con lo sguardo rivolto verso sud.
Chiese: “Cosa stai facendo ?”
L’uomo si voltò, gli sorrise e poi indicò le acque con la mano.
“Sto pregando Hapi affinché, attraverso l’esondazione del Nilo, si manifesti ancora una volta a noi, portando fertilità ed abbondanza.”

Sperimentazione

Quel giorno i maschi del gruppo erano a caccia. Le femmine e i piccoli erano impegnati in attività domestiche in riva al fiume. Quelli della sua età seguivano da vicino la propria madre, ne osservavano i gesti e li ripetevano come fosse un gioco. Scheggiare pietra per farne punte di freccia era l’attività più diffusa.
Lei però non era brava con la selce e ciò era fonte di frustrazione. Preferiva giocare in disparte con il limo del fiume. Ne prendeva manciate e provava a modellarlo, ma la consistenza era acquosa e colava via dalle mani. Così dopo ogni tentativo, gettava via quella poltiglia inutile che andava a formare mucchi informi.
Quel giorno affondò ostinatamente le mani nel fondo del fiume, ma quasi a voler esorcizzare l’ennesima sconfitta, gettò uno sguardo ai falliti esperimenti dei giorni precedenti. Rimase interdetta. I cumuli avevano mutato aspetto. Si avvicinò ad uno di essi e lo toccò con la punta delle dita: la consistenza era cambiata. La melma esposta al sole aveva perso l’acqua in eccesso ed ora obbediente, manteneva la forma che gli veniva impressa con le mani.