Mai perdere la calma, su Arrakis

Entrai nel bar della del campo a bere qualcosa.
Non feci in tempo a sedermi che Smith mi apostrofò:
“Ho saputo che ieri te la sei vista brutta! Dai allora racconta come è andata!”
“Si, ma offri tu.”
Feci un cenno al barista di servizio:
“Un the alla spezia”
“Eravamo al campo avanzato dell’alto deserto. Ero appena tornato con la mia squadra da un servizio di guardia ad una mietitrice era stata una brutta nottata: diversi morti e feriti tra i nostri.
Stavo sistemando l’equipaggiamento, quella sabbia entra dappertutto!”
Arriva il sergente e mi fa:
“Ti vuole il Capitano nella sua tenda: SUBITO.”
Annuì.
Sapevo che ciò non presagiva nulla di buono.
Il tragitto che separava il magazzino dei materiali dal comando era breve, ma stare all’aperto senza tuta distillante non è piacevole in pieno deserto.
Mi sforzai d’immaginare il motivo della mia chiamata a rapporto.
Scorsi mentalmente tutte le infrazioni al regolamento che avevo commesso recentemente, ma non trovai nulla di strano.
Caccia illegale ai Fremen, traffico illecito di spezia, scorrerie nei villaggi erano cose che ciascun soldato imperiale faceva per prassi consolidata.
Mi presentai all’ingresso della tenda e fui lasciato passare dalle guardie.
Mi misi sugli attenti e salutai militarmente il mio superiore. Mi ordinò il riposo ed attesi.
Era entrato da poco in servizio ed era fresco di accademia, nessuna cicatrice o ruga a segnare il suo volto.
“Andrò subito al dunque tenente. ”
Riportò brevemente lo sguardo al rapporto che teneva in mano e poi con fare grave continuò:
“Dalle recenti statistiche sull’attività del suo plotone è emerso che avete sforato ancora il consumo stimato di munizioni.
A fine mese avrò una riunione con il coordinamento delle forze imperiali su Arrakis e dovrò fornire spiegazioni convincenti al Colonnello, ma sinceramente non ne ho…”
Lasciò che quell’accusa aleggiasse nell’aria.
“Capitano, parlando con rispetto. Io e miei uomini affrontiamo ogni giorno quei maledetti Fremen in questo deserto infernale. Da quando siamo qui ho perso la metà degli uomini. Abbiamo già razioni ridotte ed equipaggiamenti usurati da questa maledetta sabbia. Quando veniamo attaccati dobbiamo poterci difendere!”
Mi osservò ed abbozzò un sorriso di comprensione:
“Ah quanto vi invidio. Voi che siete sul campo ogni giorno. Avete degli ordini da eseguire delle regole di ingaggio. Sapete esattamente qual è il vostro nemico e su chi potete contare. Il vostro lavoro è così… semplice e lineare”
“Io invece? Ho la responsabilità del campo, devo garantire i quantitativi di spezia e mantenere bassi i costi del servizio di sicurezza. Come se non bastasse mi devo guardare le spalle da tutti gli altri capitani che ambiscono a fare carriera e non aspettano altro che io faccia un qualunque passo falso.”
“Io, diversamente da voi, non so chi sia esattamente il nemico da cui debbo guardarmi le spalle…”
“E poi non penserà veramente che all’alto comando interessi qualcosa degli uomini come me e come lei ?!
Ad un certo livello gerarchico contano solo i numeri. La spezia raccolta e i costi sostenuti. E naturalmente se i costi sono troppo alti è un problema.”

“Si capitano, ma se dobbiamo lesinare sulle munizioni, allora i costi in vite umane aumenteranno ancora. Possibile che siate così ottusi da non capire ?
Questa battaglia contro i fremen per il dominio della spezia la stiamo perdendo!
La quantità di spezia estratta sta calando, anche a causa della politica di risparmio su mezzi e uomini.
Per quanto mi riguarda può dire al comando che non ci servono davvero altri inetti passacarte che vengano a romperci l’anima con le loro stupide statistiche mentre noi rischiamo il culo per la spezia. Signore!”
A quel punto il comandante è andato su tutte le furie.
“Lei è ufficiale subalterno! Come si permette di mettere in dubbio il mio operato e quello dei suoi superiori!” E nel dire questo sbattè ripetutamente il pugno sulla scrivania.
“La denuncerò al comando superiore per insubordinazione e questa macchia rimarrà sul suo stato di servizio per sempre!”
Mi sfuggì un ghigno malefico di soddisfazione. Abbandonai la posizione di riposo, senza autorizzazione, mi rimisi sugli attenti sbattendo per bene il tacco, feci il saluto e mormorai: “Signore…”
Mi girai ed usciì dalla tenda correndo alla massima velocità.
Il capitano rimase attonito dal mio comportamento e poi rosso dalla collera cominciò ad urlare: “Venga subito qui! Non ho ancora finito con lei! Venga subito qui…”
Mentre mi allontanavo in tutta fretta ebbi appena il tempo di pensare che quest’ometto presuntuoso non aveva alcuna esperienza di Arrakis.
Un burocrate spedito qui a comandare dei Sardaukar: patetico”
Mi soffermai per sorseggiare un goccio di thè.
“E poi ? ” chiese Smith curioso.
“E poi, come avevo previsto è arrivato una verme delle sabbie.
Arrivano sempre, quando qualche imbecille si mette a battere troppo rumorosamente: lo sanno tutti.
Se lo è pappato insieme alle sue statistiche, la tenda e tutto quanto, ma se lo meritava.
Io me la sono cavata per un pelo.
Che pivello!
Sia lodato Shai-Ulud.”

Il metano, la nuova spezia

Ero perso nei miei pensieri quando d’un tratto mi accorsi che la mia auto stava esaurendo il metano.
Fu allora che in lontananza apparve un distributore.
Nel calore del giorno la sua immagine tremolava come un miraggio nel deserto.
Mentre mi avvicinavo il cuore iniziò a martellare nel petto.
L’immagine del tabellone era sfocata e non riuscivo a distinguere bene le cifre.
La mente era ostaggio di un unica terribile domanda: nella sua folle corsa al rialzo, quanto sarà arrivato a costare un chilo di metano ?
Fu allora che in modo del tutto incosciente le labbra presero a muoversi e ascoltai stupito la mia voce cantilenare:

non devo aver paura.

la paura uccide la mente.

la paura è la piccola morte che porta alla distruzione totale.

affronterò la mia paura, permetterò che passi oltre e mi attraversi.

e quando sarà passata, seguirò il suo percorso con il mio occhio interiore.

dove è andata la paura non ci sarà nulla, rimarrò soltanto Io.

Litania contro la paura Bene Gesserit tratta dal libro Dune di Frank Herbert

Thufir Awat

Immagine tratta dal file Dune Part 1 del 2021 diretto da Denis Villeneuve

Thufir Awat in modalità Mentat, mentre cerca di stimare l’impatto del prossimo adeguamento normativo sul software aziendale a cui lavorate.
Naturalmente senza riuscirci.

Echi di un Dune passato

Sono un fan della saga di Dune fin da ragazzo.
Nutro una profonda ammirazione per Frank Herbert che è stato capace di costruire un’universo intero tanto affascinante quanto realistico.
Il film del 2021 di Denis Villeneuve è stata una gioia per gli occhi di noi appassionati, ma ha anche risvegliato la curiosità di molti neofiti verso questa saga letteraria.
Io stesso ho sempre caldamente consigliato ai miei amici e colleghi la lettura di Dune, perché narra vicende epiche con uno stile piuttosto particolare: intimo e profondo.
E’ quindi con il massimo rispetto, che di seguito riporto alcune mie innocenti variazioni sul tema:

La spezia

Sei stanco di progetti IT faraonici che a causa di stime errate ed imprevisti vari naufragano ogni volta in veri e propri bagni di sangue ?
Sei uno Scrum master, ma fai segretamente  parte della loggia massonica del Water Fall?
Abbandona l’Agile, ora puoi!
Con l’assunzione di Spezia estratta dall’alto deserto di Arrakis potrai accedere all’ incredibile potere della prescienza. 
Il futuro ti apparirà come una visione e potrai fare stime esatte e senza più incertezze.

Il suk

Questo post nasce da una battuta, a dimostrazione di quanto l’ironia e l’auto ironia possano essere generativi in termini di creatività.

Un collega cambia ruolo e gli viene assegnata l’auto aziendale.
Questo fatto non passa inosservato.
In chat la butto sullo scherzo.
Quando lo hanno assunto gli hanno detto: “Ne farai di strada…”
e lui “E che, me la devo fare tutta a piedi !? ”
Così gli hanno concesso l’auto.

L’auto per l’italiano è sempre stato uno status symbol.
Per molti ottenere l’auto aziendale è considerata la conferma che si è salito un gradino.
Più semplicemente se la funzione che si ricopre prevede di andare spesso in visita dai clienti: in questo caso l’auto è uno strumento di lavoro come lo è lo smartphone.

Il COVID ha divelto anche queste convinzioni piuttosto radicate: il lock down ha reso del tutto inutili le auto ed il lavoro da remoto ne ha ridimensionato l’utilità.
La battuta però mi ha indotto a riflettere sul concetto di azienda benevola.

L’azienda benevola è quella che crede fortemente nell’importanza dei propri collaboratori e pertanto cerca di mantenere ed accrescerne il loro valore.
L’operato dei collaboratori è attentamente valutato sia in termini quantitativi e qualitativi per cui ad ogni risultato positivo corrisponde un riconoscimento. L’obiettivo è quello di mantenere elevata la motivazione e la produttività.
Forse è un’utopia, ma piace pensare che aziende del genere esistano veramente.

Per ora la mia esperienza mi ha insegnato che salvo rare eccezioni, nel mondo reale non ti regala niente nessuno.
In azienda se vuoi qualcosa devi dimostrare di meritartelo, ma soprattutto devi chiederlo.

E’ ingiusto naturalmente, ma chi non chiede non ha alcuna probabilità di ottenere.
Non solo, per ottenere è necessario avere consapevolezza del proprio peso negoziale.

Nella aziende miopi mediamente la politica è questa: se fai bene il tuo lavoro probabilmente hai una motivazione intrinseca. Se non ti concedo un incentivo continuerai comunque a fare bene il tuo lavoro. Quindi non ha senso incentivarti!
Se invece una persona è ritenuta a torto o a ragione “importante” e reclama un incentivo si interviene per soddisfare questo bisogno e mantenere la sua motivazione.
Ciò dovrebbe spiegare la famosa mossa del rilancio alla presentazione della lettera di dimissioni. In realtà quando ciò avviene si certifica solo una miopia conclamata.

E’ tragico, ma spesso chi dimostra non di essere uno speculatore: non ottiene.
Nel mondo occidentale capitalista: i soldi fanno girare il mondo e tutto ha un prezzo.
In un contesto del genere manifestare troppo chiaramente che il denaro non è in cima alla lista delle priorità può essere un problema.
Chi gestisce il potere è abituato a trattare con persone sensibili a questo argomento: il denaro è una leva facile da usare.
Quando questo leva manca, subentra un certo disorientamento ed è come trovarsi di fronte ad un alieno:
“Se la persona che ho davanti non crede nel denaro, chi mi assicura che un incentivo sia ben speso ? Inutile rischiare e comunque questa risorsa non sarà mai veramente sotto il mio controllo…”
Il ragionamento a questo punto si interrompe, ma dovrebbe continuare con: “In che cosa crede questa persona ? Quali sono i valori e i principi che lo guidano ? “

Il mondo del lavoro è un suk, in cui per fare buoni affari è necessario dedicarsi alla difficile e noiosa arte della negoziazione.
Se non siete abili in questa pratica o non amate mercanteggiare vi consiglio di cercare un contesto aziendale diverso: buona fortuna!

Problem solver

“Sai, mio padre aveva un’officina di lavorazioni meccaniche. Io sono cresciuto lì dentro, ho respirato quell’atmosfera, quell’odore di grasso e di olio.
Mi ricordo che a volte, quando c’era da fare un pezzo particolare, capitava di non avere l’attrezzo giusto e allora… si fabbricava!
Per cui ho assorbito quella mentalità: non fermarsi mai di fronte agli ostacoli, inventare soluzioni, perseguire l’obiettivo sempre, con slancio.”

Questo è quanto mi ha raccontato un amico e collega in pausa pranzo.
E’ stata un’immagine che mi ha fulminato, perché descrive in poche semplici parole le radici in cui affonda un modo di pensare e di essere in cui mi ritrovo perfettamente, quella del problem solver.

I software developer sono degli artigiani del software e sono abituati ad affrontare problemi sempre diversi usando la creatività e l’esperienza per risolverli.
A dire il vero i contesti in cui una tale mentalità può essere forgiata ed allenata sono numerosi e diversi, ma cosa li accomuna ?
Gli elementi di base direi che sono questi:

  1. un problema da risolvere
  2. scarsità di risorse
  3. una profonda motivazione

A questo punto con delle adeguate conoscenze di base e una buona dose di creatività ci sono buone probabilità di risolvere il problema.

Interrogandomi sulla figura del problem solver in azienda sono emersi altri quesiti che ritengo interessanti:

  1. quanto sono preziose le persone con questa mentalità ?
    Io credo siano fondamentali, ma se la loro opera è continuamente richiesta c’è qualcosa che non va. O siamo in un mercato turbolento o abbiamo qualche problema a livello di strategia e pianificazione.
  2. Quanto è diffusa questa mentalità in azienda ?
    I problem solver sono sempre di meno, perchè sono frutto della vecchia scuola che sta scomparendo. Un senior di valore dovrebbe avere un approccio del genere. Un junior con questa mentalità è una rarità, ma se ne trovano.
  3. Come identificare i problem solver ?
    Parlando con le persone si può percepire un certo modo di ragionare, ma questa forma mentis si rivela in modo chiaro in azione sul campo.
  4. Questa mentalità è intrinseca o si può insegnare ?
    Il vissuto di una persona e la sua psicologia contano molto secondo me. Però se è vero che la creatività si può insegnare, direi che un’attenta selezione, un formazione specifica unite ad un’efficace affiancamento sul campo da parte di un senior dovrebbero dare buoni frutti.
  5. La cultura aziendale promuove o soffoca i problem solver ?
    Nelle organizzazione piramidali il problem solver con un dna di micro-imprenditore: agile, operativo e concreto di solito soffre. Spesso si trova a fare il suo lavoro, ostacolato da procedure, che riducono l’efficacia del suo operato.
    Nella aziende più piccole con strutture orizzontali la mentalità da problem solver è vitale per la sopravvivenza dell’organizzazione stessa.
  6. I ragazzi oggi hanno l’opportunità di sviluppare queste capacità di adattamento e di problem solving ?
    Ho seri dubbi in proposito, ma potrei avere una visione troppo parziale.

Il tema della capacità di fabbricare oggetti con le proprie mani mi ha fatto tornare alla mente un racconto di fantascienza di Philip K. Dick intitolato “Diffidate dalle imitazioni”.

In uno scenario post-atomico le città sono state rase al suolo e gli uomini sono radunati in piccoli gruppi. Ciascuna comunità sopravvive solo grazie al proprio alieno centauriano che ha il potere di duplicare gli oggetti. Con il passare degli anni però gli oggetti duplicati si disgregano e si polverizzano. Gli alieni invecchiando producono oggetti sempre meno fedeli agli originali e difettosi. In un mondo distrutto e con uomini che hanno perso qualunque capacità manuale, la morte imminente dell’alieno segnerà il destino della comunità.
Esiste però un barlume di speranza. Un uomo proveniente da un’altra comunità ha con se qualcosa che potrebbe cambiare lo scenario
…(segue spoiler)

Spoiler
L’uomo porta con sé una ciotola ed un rozzo bicchiere che ha intagliati nel legno e spiega ad un altro, ormai privo di speranza:
“Dobbiamo imparare nuovamente a realizzare gli oggetti con le nostre mani. Ci vorrà tempo prima di tornare a produrre oggetti complessi e di una certa qualità, ma abbiamo imboccato la strada giusta e ce la faremo.”

“Margin Call”

“Margin Call” è un film del 2011 scritto e diretto da J. C. Chandor.
Il contesto della storia è quello della crisi americana dei mutui subprime del 2008-2009.
Viene raccontata la vicenda di una banca d’investimento che scopre di detenere titoli tossici che rischiano di portarla al fallimento.
Dalla scoperta del problema, nell’arco di una notte , il management prende coscienza del problema e deve decidere come reagire l’indomani all’apertura del mercato azionario.
L’alternativa a fallire è vendere sottocosto i titoli, rischiando di generare una crisi nell’intero mercato azionario, con effetti devastanti su larga parte della popolazione.
Questa sarà l’unica via da intraprendere ed ognuno dovrà interpretare il proprio ruolo per quanto odioso possa essere.
Il capo dei venditori dovrà spingere, per un’ultima dannata volta, i suoi collaboratori a vendere come fossero dei kamikaze.
Dovranno vendere a prezzo di saldo ed in fretta, quanta più “droga” possibile ai propri clienti sapendo che sarà la dose fatale. L’amoralità del gesto è pari solo all’incentivo per il raggiungimento dell’obiettivo: 1 milione di dollari a testa.
La responsabile dell’ufficio Rischi (Demi Moore), pur avendo sollevato il problema, sarà licenziata per diventare il capro espiatorio da dare in pasto ai media. Poche le figure femminili nel film e tutte relegate a ruoli sociali minori, l’unica donna del management sarà scelta per essere sacrificata sull’altare dei media: altra divinità a cui rendere conto.

Il piano avrà successo, ma a che prezzo ? L’anima naturalmente.
L’alba del nuovo giorno infatti non è annunciatrice di alcuna rinascita. L’uomo, in questa corsa al denaro, ha perso completamente la sua umanità in modo irrimediabile.

Un film estremamente cinico e spietato in cui non c’è spazio per i sentimenti, il denaro ed il profitto sono gli unici elementi che muovono i personaggi sulla scena.

Un mondo strano quello della finanza, in cui i manager a tutti i livelli ammettono candidamente di non capirci nulla.

Paradossalmente, l’unico che capisce il rischio che stanno correndo è Peter Sullivan (Zachary Quinto), un ingegnere aerospaziale prestato alla finanza solo perché lo stipendio è significativamente più alto.
E’ lui che, per curiosità, approfondisce lo studio del suo ex-responsabile, licenziato il giorno stesso, ed arriva alla sconcertate conclusione.
Anche per lui però non ci sarà speranza di redenzione, sarà assunto nella nuova società e tutto lascia intendere che anche lui sarà fagocitato dal sistema.
Così, come il suo ex-capo, anche lui ha abbandonato il sogno di costruire razzi e ha votato la propria esistenza a far funzionare l’infernale macchina della finanza.

Sam Rogers (Kevin Spacey) è il capo della vendite. Un uomo che mostra scarsa empatia per i numerosi collaboratori licenziati la mattina del giorno stesso, ma è affranto per il proprio cane malato terminale di cancro.
Memorabile quando si oppone alla vendita dei titoli tossici: la regola base del commercio è la fiducia; se vendi oggi immondizia ad un cliente, domani non gli venderei più nulla, così stai distruggendo il tuo mercato.
Uscirà a pezzi da questa vicenda e disgustato al punto di provare a dimettersi, ma il suo bisogno di soldi lo costringerà a rimanere, anche lui è asservito al Dio denaro.
Piangerà, mettendo a nudo la sua umanità, solo di fronte alla morte del suo cane e lo andrà a seppellire nel giardino della casa della su ex-moglie.
Di fronte alla disperazione di Sam, ormai privo della lucidità dimostrata in questa giornata micidiale, l’ex-moglie terrà un comportamento estremamente composto e distaccato privo di compassione e lo lascerà solo.
Metaforicamente, l’uomo Sam piange per la perdita della sua anima, ma quando se ne rende conto è troppo tardi ed è solo. Nessuno può aiutarlo, d’altronde si è scavato la fossa con le sue mani.

Eric Dale (Stanley Tucci) ingegnere civile anche lui prestato alla finanza è colui che mette insieme i dati ed intuisce che qualcosa non va.
Uomo mite e di buonsenso, viene licenziato in modo freddo e asettico, senza la possibilità di completare un’importante analisi sua cui sta lavorando.
La sua è una delle poche figure che insieme a Sam si contrappone ad una schiera di replicanti senza cuore votati al denaro.
Toccante il suo monologo seduto sulle scale di casa di fronte al viale alberato in cui spiega ad un collega che all’inizio della carriera ha progettato un ponte.
Quest’opera negli anni ha fatto risparmiare alle persone molte ore della loro vita quindi è una cosa utile per la comunità e ciò lo rende orgoglioso; al contrario della finanza è un’essere senz’anima e privo di scopo.
Prima dello scadere della 24 ore, sarà richiamato in azienda forzosamente per evitare fughe di notizie ed anche lui, nonostante tutto, dovrà piegarsi al volere del Dio denaro.

Il film è denso di scene magnifiche recitate da un cast d’eccellenza.

L’ascensore

A valle della riunione con il capo i due manager con responsabilità sull’accaduto discutono della situazione, preoccupandosi esclusivamente della propria posizione e non degli effetti che ciò potrà avere sui risparmiatori.
Il colloquio avviene in ascensore mentre tra di loro è presente una donna delle pulizie, in servizio proprio a tarda ora come sempre. La signora discreta e silente rappresenta le persone comuni che conducono la loro vita semplice, inconsapevoli che delle divinità pasticcione ed egoiste stanno per distruggere la loro tranquilla esistenza.

Sul tetto del mondo

Nel buio della notte, sopra il tetto del palazzo quando Will dice a Sam e Seth “Ne ho viste di cose in questi anni che voi non potete immaginare…”, io ci ho visto una sottile citazione di Blade Runner, in cui Will assume il ruolo dell’androide Roy Batty a rimarcare la sua assenza di umanità.
E’ sempre lui che spiega il perverso circolo vizioso del denaro: più ne guadagni e più tendi a spenderne. E’ come un serpente che ti avvolge nelle sue spire e da cui non riesci ad uscire.

A cospetto del capo supremo

La riunione con il capo sceso dal cielo in elicottero è un momento di altissima tensione.
John Tuld (Jeremy Irons) che invita Sam ad illustrargli la situazione in modo semplice come se avesse di fronte un bambino è inquietante.
La realtà è che la finanza non può essere spiegata in modo semplice. E’ stata resa complessa ad arte per risultare oscura ai non iniziati.
La sua impenetrabilità giustifica l’esistenza di una schiera di sacerdoti che ne officiano il culto.

Il Duca Leto Atreides

[…] “Questo Duca era molto più preoccupato per gli uomini che per la Spezia. Ha rischiato la vita, e quella di suo figlio, per salvarli. […] Un simile capo potrebbe assicurarsi una lealtà fanatica. Sarebbe difficile sconfiggerlo.” Contro la sua volontà e contro ogni precedente giudizio, Kynes fu costretto ad ammettere dentro di sé: “Mi piace questo Duca.“

LIET KYNES, DUNE

Un estratto delle riflessioni di Liet Kynes, Planetologo Imperiale personaggio di Dune scritto da Frank Herbert.
Ho riletto recentemente questo libro a distanza di qualche anno.
Queste righe mi hanno colpito molto, perché emerge in modo chiaro e netto lo spessore dei personaggi e la natura profondamente introspettiva del testo.
Rappresentano una efficace sintesi del concetto di leader ma a ben vedere contengono anche altri preziosi insegnamenti.
Le persone si giudicano in base alle azioni che compiono.
Le persone sagge, sulla base di fatti concreti, sono capaci di cambiare le proprie opinioni ed abbandonare pregiudizi.

R&D con pragmatismo

R&D ?

Quando si parla di R&D (Research And Development) a me vengono in mente laboratori ben attrezzati in cui tecnici esperti svolgono il loro importante lavoro in un contesto sereno e senza vincoli cogenti di tempo e budget.
Ho il sospetto però tale visione spaventi molto i manager e contribuisca a rendere R&D un tabù.
Chissà, forse nell’immaginario collettivo questo acronimo richiama alla mente la sezione Q: quella che costruisce bizzarri congegni per James Bond.

L’idea mai espressa a parole, ma che emerge nei fatti, è che l’azienda non può permettersi di fare R&D.
Forse è l’effetto indotto da una cronica mancanza di lungimiranza che ci impedisce di riconoscere che in realtà l’innovazione è vitale.
Piuttosto dovremmo acquisire la consapevolezza che un’azienda non può permettersi di non fare R&D.

R&D: atto eroico

La difficoltà di riconoscere all’R&D l’importanza che ha, non significa che le aziende non innovino.
Le aziende innovano in modo poco organico e poco consapevole quindi poco efficiente.

Fare R&D in fondo significa dare fiducia a qualcuno e finanziarlo per raggiungere uno scopo, si tratta di agire con mentalità imprenditoriale e avere una certa attitudine al rischio.
Ciò a ben vedere avviene tutti i giorni in un’azienda.
Ogni progetto nel suo piccolo è una sfida imprenditoriale.
La differenza però è che il progetto è commissionato e finanziato dal cliente pertanto è per sua natura sensato.
Nel caso di R&D invece è necessario spiegare, argomentare, sostenere.
Esporsi per un’idea che solo potenzialmente avrà un ricavo nel futuro: ciò equivale ad un atto eroico da cui molti tendono a sottrarsi.
In certi ambienti stagnanti fare innovazione, corrisponde a creare delle increspature sulla superficie immobile dello status quo (o meglio “stagnus quo”) che si spandono in cerchi concentrici, disturbando i sonni tranquilli di chi vive subito sotto la superficie dell’acqua.   

In questo contesto si presentano situazioni paradossali.
Per esempio la richiesta alla “007” di un “orologio con laser incorporato” sarà considerata, perfettamente plausibile se viene dal cliente, invece sarà classificata come stramberia inutile e costosa, se proposta sotto forma di prototipo da un tecnico interno.
Non si ammazzano così anche le idee ?

Da R&D a R&A

In natura capita spesso che certi sistemi trovino da soli un equilibrio e credo ciò accada anche nelle aziende.
Se non ci sono ruoli precisi per la gestione di R&D cosa succede ?  Succede che coloro che sono impegnati operativamente nel core business dell’azienda nel loro lavoro quotidiano vivono i seguenti fenomeni:

  • individuano colli di bottiglia
  • intravedono possibili ottimizzazioni
  • raccolgono spunti dai clienti
  • rilevano carenza nell’usabilità di ciò che si produce
  • intuiscono ambiti di evoluzione del prodotto

Ciò succede perché, più si vola bassi, alla quota dell’utilizzatore finale e più si ha la possibilità di raccogliere dal campo feedback utili all’innovazione.
Il problema spesso è dare seguito a questi spunti trovando un budget che copra le attività di realizzazione.
A questo punto servono altri elementi:uno sponsor, la comunicazione efficace, del coraggio

L’assenza di una funzione aziendale che si occupa di R&D e che non sta a contatto con il campo è un bene perché spesso queste strutture si rivelano nel tempo dei mostri che si preoccupano di sopravvivere a se stessi piuttosto che produrre risultati.
Le buone idee in effetti sono ovunque all’interno di una organizzazione, pertanto è preferibile che arrivino da una platea più ampia possibile per poi essere canalizzate, censite e vagliate.

Per la mia esperienza raramente un’azienda può fare R&D, più realisticamente ciò che si può fare è Ricerca Applicata.

Nell’ambito di progetti finalizzati ad un cliente, è possibile individuare soluzioni che possano essere replicate in altri ambiti facendo economia di scala.

Un contesto favorevole 

La Ricerca Applicata chiaramente è una sfida più complessa della R&D pura.
Sono richieste particolari doti di equilibrio per scegliere il giusto compromesso tra astrazione e pragmatismo.
Le soluzioni ideate infatti debbono essere applicabili nel contesto richiesto, ma risultare riutilizzabili in altri ambiti.
Per fare ciò, rispettando i vincoli progettuali è necessario avere ottimi progettisti.
Creare un contesto favorevole che presenti delle “anse” in termini di tempo/budget che consentano un approccio ai problemi di più largo respiro.
C’ è bisogno di persone competenti creative e sensibili per individuare aree sui cui applicare tale strategia.
E’ necessario creare momenti di confronto per fare emergere le necessità applicative e i problemi ricorrenti che la comunità di sviluppatori/funzionali incontra.
E’ importante divulgare l’esito dei questa attività in modo tale che la comunità ne sia informata affinché nel disegno delle nuove soluzioni i prodotti della ricerca applicata possano essere usati.
Promuovere la contaminazione tra aree aziendali.
Sostenere e promuovere la formazione continua.
Abbandonare la mentalità del fallimento e del colpevole per abbracciare l’empirismo fatto di piccoli esperimenti utili a scartare ipotesi errate.
Promuovere nei fatti e nella sostanza sentimenti di cooperazione e fiducia a tutti i livelli affinche’ le persone si espongano senza timore di fallire.