Il suk

Questo post nasce da una battuta, a dimostrazione di quanto l’ironia e l’auto ironia possano essere generativi in termini di creatività.

Un collega cambia ruolo e gli viene assegnata l’auto aziendale.
Questo fatto non passa inosservato.
In chat la butto sullo scherzo.
Quando lo hanno assunto gli hanno detto: “Ne farai di strada…”
e lui “E che, me la devo fare tutta a piedi !? ”
Così gli hanno concesso l’auto.

L’auto per l’italiano è sempre stato uno status symbol.
Per molti ottenere l’auto aziendale è considerata la conferma che si è salito un gradino.
Più semplicemente se la funzione che si ricopre prevede di andare spesso in visita dai clienti: in questo caso l’auto è uno strumento di lavoro come lo è lo smartphone.

Il COVID ha divelto anche queste convinzioni piuttosto radicate: il lock down ha reso del tutto inutili le auto ed il lavoro da remoto ne ha ridimensionato l’utilità.
La battuta però mi ha indotto a riflettere sul concetto di azienda benevola.

L’azienda benevola è quella che crede fortemente nell’importanza dei propri collaboratori e pertanto cerca di mantenere ed accrescerne il loro valore.
L’operato dei collaboratori è attentamente valutato sia in termini quantitativi e qualitativi per cui ad ogni risultato positivo corrisponde un riconoscimento. L’obiettivo è quello di mantenere elevata la motivazione e la produttività.
Forse è un’utopia, ma piace pensare che aziende del genere esistano veramente.

Per ora la mia esperienza mi ha insegnato che salvo rare eccezioni, nel mondo reale non ti regala niente nessuno.
In azienda se vuoi qualcosa devi dimostrare di meritartelo, ma soprattutto devi chiederlo.

E’ ingiusto naturalmente, ma chi non chiede non ha alcuna probabilità di ottenere.
Non solo, per ottenere è necessario avere consapevolezza del proprio peso negoziale.

Nella aziende miopi mediamente la politica è questa: se fai bene il tuo lavoro probabilmente hai una motivazione intrinseca. Se non ti concedo un incentivo continuerai comunque a fare bene il tuo lavoro. Quindi non ha senso incentivarti!
Se invece una persona è ritenuta a torto o a ragione “importante” e reclama un incentivo si interviene per soddisfare questo bisogno e mantenere la sua motivazione.
Ciò dovrebbe spiegare la famosa mossa del rilancio alla presentazione della lettera di dimissioni. In realtà quando ciò avviene si certifica solo una miopia conclamata.

E’ tragico, ma spesso chi dimostra non di essere uno speculatore: non ottiene.
Nel mondo occidentale capitalista: i soldi fanno girare il mondo e tutto ha un prezzo.
In un contesto del genere manifestare troppo chiaramente che il denaro non è in cima alla lista delle priorità può essere un problema.
Chi gestisce il potere è abituato a trattare con persone sensibili a questo argomento: il denaro è una leva facile da usare.
Quando questo leva manca, subentra un certo disorientamento ed è come trovarsi di fronte ad un alieno:
“Se la persona che ho davanti non crede nel denaro, chi mi assicura che un incentivo sia ben speso ? Inutile rischiare e comunque questa risorsa non sarà mai veramente sotto il mio controllo…”
Il ragionamento a questo punto si interrompe, ma dovrebbe continuare con: “In che cosa crede questa persona ? Quali sono i valori e i principi che lo guidano ? “

Il mondo del lavoro è un suk, in cui per fare buoni affari è necessario dedicarsi alla difficile e noiosa arte della negoziazione.
Se non siete abili in questa pratica o non amate mercanteggiare vi consiglio di cercare un contesto aziendale diverso: buona fortuna!

Problem solver

“Sai, mio padre aveva un’officina di lavorazioni meccaniche. Io sono cresciuto lì dentro, ho respirato quell’atmosfera, quell’odore di grasso e di olio.
Mi ricordo che a volte, quando c’era da fare un pezzo particolare, capitava di non avere l’attrezzo giusto e allora… si fabbricava!
Per cui ho assorbito quella mentalità: non fermarsi mai di fronte agli ostacoli, inventare soluzioni, perseguire l’obiettivo sempre, con slancio.”

Questo è quanto mi ha raccontato un amico e collega in pausa pranzo.
E’ stata un’immagine che mi ha fulminato, perché descrive in poche semplici parole le radici in cui affonda un modo di pensare e di essere in cui mi ritrovo perfettamente, quella del problem solver.

I software developer sono degli artigiani del software e sono abituati ad affrontare problemi sempre diversi usando la creatività e l’esperienza per risolverli.
A dire il vero i contesti in cui una tale mentalità può essere forgiata ed allenata sono numerosi e diversi, ma cosa li accomuna ?
Gli elementi di base direi che sono questi:

  1. un problema da risolvere
  2. scarsità di risorse
  3. una profonda motivazione

A questo punto con delle adeguate conoscenze di base e una buona dose di creatività ci sono buone probabilità di risolvere il problema.

Interrogandomi sulla figura del problem solver in azienda sono emersi altri quesiti che ritengo interessanti:

  1. quanto sono preziose le persone con questa mentalità ?
    Io credo siano fondamentali, ma se la loro opera è continuamente richiesta c’è qualcosa che non va. O siamo in un mercato turbolento o abbiamo qualche problema a livello di strategia e pianificazione.
  2. Quanto è diffusa questa mentalità in azienda ?
    I problem solver sono sempre di meno, perchè sono frutto della vecchia scuola che sta scomparendo. Un senior di valore dovrebbe avere un approccio del genere. Un junior con questa mentalità è una rarità, ma se ne trovano.
  3. Come identificare i problem solver ?
    Parlando con le persone si può percepire un certo modo di ragionare, ma questa forma mentis si rivela in modo chiaro in azione sul campo.
  4. Questa mentalità è intrinseca o si può insegnare ?
    Il vissuto di una persona e la sua psicologia contano molto secondo me. Però se è vero che la creatività si può insegnare, direi che un’attenta selezione, un formazione specifica unite ad un’efficace affiancamento sul campo da parte di un senior dovrebbero dare buoni frutti.
  5. La cultura aziendale promuove o soffoca i problem solver ?
    Nelle organizzazione piramidali il problem solver con un dna di micro-imprenditore: agile, operativo e concreto di solito soffre. Spesso si trova a fare il suo lavoro, ostacolato da procedure, che riducono l’efficacia del suo operato.
    Nella aziende più piccole con strutture orizzontali la mentalità da problem solver è vitale per la sopravvivenza dell’organizzazione stessa.
  6. I ragazzi oggi hanno l’opportunità di sviluppare queste capacità di adattamento e di problem solving ?
    Ho seri dubbi in proposito, ma potrei avere una visione troppo parziale.

Il tema della capacità di fabbricare oggetti con le proprie mani mi ha fatto tornare alla mente un racconto di fantascienza di Philip K. Dick intitolato “Diffidate dalle imitazioni”.

In uno scenario post-atomico le città sono state rase al suolo e gli uomini sono radunati in piccoli gruppi. Ciascuna comunità sopravvive solo grazie al proprio alieno centauriano che ha il potere di duplicare gli oggetti. Con il passare degli anni però gli oggetti duplicati si disgregano e si polverizzano. Gli alieni invecchiando producono oggetti sempre meno fedeli agli originali e difettosi. In un mondo distrutto e con uomini che hanno perso qualunque capacità manuale, la morte imminente dell’alieno segnerà il destino della comunità.
Esiste però un barlume di speranza. Un uomo proveniente da un’altra comunità ha con se qualcosa che potrebbe cambiare lo scenario
…(segue spoiler)

Spoiler
L’uomo porta con sé una ciotola ed un rozzo bicchiere che ha intagliati nel legno e spiega ad un altro, ormai privo di speranza:
“Dobbiamo imparare nuovamente a realizzare gli oggetti con le nostre mani. Ci vorrà tempo prima di tornare a produrre oggetti complessi e di una certa qualità, ma abbiamo imboccato la strada giusta e ce la faremo.”

“Margin Call”

“Margin Call” è un film del 2011 scritto e diretto da J. C. Chandor.
Il contesto della storia è quello della crisi americana dei mutui subprime del 2008-2009.
Viene raccontata la vicenda di una banca d’investimento che scopre di detenere titoli tossici che rischiano di portarla al fallimento.
Dalla scoperta del problema, nell’arco di una notte , il management prende coscienza del problema e deve decidere come reagire l’indomani all’apertura del mercato azionario.
L’alternativa a fallire è vendere sottocosto i titoli, rischiando di generare una crisi nell’intero mercato azionario, con effetti devastanti su larga parte della popolazione.
Questa sarà l’unica via da intraprendere ed ognuno dovrà interpretare il proprio ruolo per quanto odioso possa essere.
Il capo dei venditori dovrà spingere, per un’ultima dannata volta, i suoi collaboratori a vendere come fossero dei kamikaze.
Dovranno vendere a prezzo di saldo ed in fretta, quanta più “droga” possibile ai propri clienti sapendo che sarà la dose fatale. L’amoralità del gesto è pari solo all’incentivo per il raggiungimento dell’obiettivo: 1 milione di dollari a testa.
La responsabile dell’ufficio Rischi (Demi Moore), pur avendo sollevato il problema, sarà licenziata per diventare il capro espiatorio da dare in pasto ai media. Poche le figure femminili nel film e tutte relegate a ruoli sociali minori, l’unica donna del management sarà scelta per essere sacrificata sull’altare dei media: altra divinità a cui rendere conto.

Il piano avrà successo, ma a che prezzo ? L’anima naturalmente.
L’alba del nuovo giorno infatti non è annunciatrice di alcuna rinascita. L’uomo, in questa corsa al denaro, ha perso completamente la sua umanità in modo irrimediabile.

Un film estremamente cinico e spietato in cui non c’è spazio per i sentimenti, il denaro ed il profitto sono gli unici elementi che muovono i personaggi sulla scena.

Un mondo strano quello della finanza, in cui i manager a tutti i livelli ammettono candidamente di non capirci nulla.

Paradossalmente, l’unico che capisce il rischio che stanno correndo è Peter Sullivan (Zachary Quinto), un ingegnere aerospaziale prestato alla finanza solo perché lo stipendio è significativamente più alto.
E’ lui che, per curiosità, approfondisce lo studio del suo ex-responsabile, licenziato il giorno stesso, ed arriva alla sconcertate conclusione.
Anche per lui però non ci sarà speranza di redenzione, sarà assunto nella nuova società e tutto lascia intendere che anche lui sarà fagocitato dal sistema.
Così, come il suo ex-capo, anche lui ha abbandonato il sogno di costruire razzi e ha votato la propria esistenza a far funzionare l’infernale macchina della finanza.

Sam Rogers (Kevin Spacey) è il capo della vendite. Un uomo che mostra scarsa empatia per i numerosi collaboratori licenziati la mattina del giorno stesso, ma è affranto per il proprio cane malato terminale di cancro.
Memorabile quando si oppone alla vendita dei titoli tossici: la regola base del commercio è la fiducia; se vendi oggi immondizia ad un cliente, domani non gli venderei più nulla, così stai distruggendo il tuo mercato.
Uscirà a pezzi da questa vicenda e disgustato al punto di provare a dimettersi, ma il suo bisogno di soldi lo costringerà a rimanere, anche lui è asservito al Dio denaro.
Piangerà, mettendo a nudo la sua umanità, solo di fronte alla morte del suo cane e lo andrà a seppellire nel giardino della casa della su ex-moglie.
Di fronte alla disperazione di Sam, ormai privo della lucidità dimostrata in questa giornata micidiale, l’ex-moglie terrà un comportamento estremamente composto e distaccato privo di compassione e lo lascerà solo.
Metaforicamente, l’uomo Sam piange per la perdita della sua anima, ma quando se ne rende conto è troppo tardi ed è solo. Nessuno può aiutarlo, d’altronde si è scavato la fossa con le sue mani.

Eric Dale (Stanley Tucci) ingegnere civile anche lui prestato alla finanza è colui che mette insieme i dati ed intuisce che qualcosa non va.
Uomo mite e di buonsenso, viene licenziato in modo freddo e asettico, senza la possibilità di completare un’importante analisi sua cui sta lavorando.
La sua è una delle poche figure che insieme a Sam si contrappone ad una schiera di replicanti senza cuore votati al denaro.
Toccante il suo monologo seduto sulle scale di casa di fronte al viale alberato in cui spiega ad un collega che all’inizio della carriera ha progettato un ponte.
Quest’opera negli anni ha fatto risparmiare alle persone molte ore della loro vita quindi è una cosa utile per la comunità e ciò lo rende orgoglioso; al contrario della finanza è un’essere senz’anima e privo di scopo.
Prima dello scadere della 24 ore, sarà richiamato in azienda forzosamente per evitare fughe di notizie ed anche lui, nonostante tutto, dovrà piegarsi al volere del Dio denaro.

Il film è denso di scene magnifiche recitate da un cast d’eccellenza.

L’ascensore

A valle della riunione con il capo i due manager con responsabilità sull’accaduto discutono della situazione, preoccupandosi esclusivamente della propria posizione e non degli effetti che ciò potrà avere sui risparmiatori.
Il colloquio avviene in ascensore mentre tra di loro è presente una donna delle pulizie, in servizio proprio a tarda ora come sempre. La signora discreta e silente rappresenta le persone comuni che conducono la loro vita semplice, inconsapevoli che delle divinità pasticcione ed egoiste stanno per distruggere la loro tranquilla esistenza.

Sul tetto del mondo

Nel buio della notte, sopra il tetto del palazzo quando Will dice a Sam e Seth “Ne ho viste di cose in questi anni che voi non potete immaginare…”, io ci ho visto una sottile citazione di Blade Runner, in cui Will assume il ruolo dell’androide Roy Batty a rimarcare la sua assenza di umanità.
E’ sempre lui che spiega il perverso circolo vizioso del denaro: più ne guadagni e più tendi a spenderne. E’ come un serpente che ti avvolge nelle sue spire e da cui non riesci ad uscire.

A cospetto del capo supremo

La riunione con il capo sceso dal cielo in elicottero è un momento di altissima tensione.
John Tuld (Jeremy Irons) che invita Sam ad illustrargli la situazione in modo semplice come se avesse di fronte un bambino è inquietante.
La realtà è che la finanza non può essere spiegata in modo semplice. E’ stata resa complessa ad arte per risultare oscura ai non iniziati.
La sua impenetrabilità giustifica l’esistenza di una schiera di sacerdoti che ne officiano il culto.

Il Duca Leto Atreides

[…] “Questo Duca era molto più preoccupato per gli uomini che per la Spezia. Ha rischiato la vita, e quella di suo figlio, per salvarli. […] Un simile capo potrebbe assicurarsi una lealtà fanatica. Sarebbe difficile sconfiggerlo.” Contro la sua volontà e contro ogni precedente giudizio, Kynes fu costretto ad ammettere dentro di sé: “Mi piace questo Duca.“

LIET KYNES, DUNE

Un estratto delle riflessioni di Liet Kynes, Planetologo Imperiale personaggio di Dune scritto da Frank Herbert.
Ho riletto recentemente questo libro a distanza di qualche anno.
Queste righe mi hanno colpito molto, perché emerge in modo chiaro e netto lo spessore dei personaggi e la natura profondamente introspettiva del testo.
Rappresentano una efficace sintesi del concetto di leader ma a ben vedere contengono anche altri preziosi insegnamenti.
Le persone si giudicano in base alle azioni che compiono.
Le persone sagge, sulla base di fatti concreti, sono capaci di cambiare le proprie opinioni ed abbandonare pregiudizi.

R&D con pragmatismo

R&D ?

Quando si parla di R&D (Research And Development) a me vengono in mente laboratori ben attrezzati in cui tecnici esperti svolgono il loro importante lavoro in un contesto sereno e senza vincoli cogenti di tempo e budget.
Ho il sospetto però tale visione spaventi molto i manager e contribuisca a rendere R&D un tabù.
Chissà, forse nell’immaginario collettivo questo acronimo richiama alla mente la sezione Q: quella che costruisce bizzarri congegni per James Bond.

L’idea mai espressa a parole, ma che emerge nei fatti, è che l’azienda non può permettersi di fare R&D.
Forse è l’effetto indotto da una cronica mancanza di lungimiranza che ci impedisce di riconoscere che in realtà l’innovazione è vitale.
Piuttosto dovremmo acquisire la consapevolezza che un’azienda non può permettersi di non fare R&D.

R&D: atto eroico

La difficoltà di riconoscere all’R&D l’importanza che ha, non significa che le aziende non innovino.
Le aziende innovano in modo poco organico e poco consapevole quindi poco efficiente.

Fare R&D in fondo significa dare fiducia a qualcuno e finanziarlo per raggiungere uno scopo, si tratta di agire con mentalità imprenditoriale e avere una certa attitudine al rischio.
Ciò a ben vedere avviene tutti i giorni in un’azienda.
Ogni progetto nel suo piccolo è una sfida imprenditoriale.
La differenza però è che il progetto è commissionato e finanziato dal cliente pertanto è per sua natura sensato.
Nel caso di R&D invece è necessario spiegare, argomentare, sostenere.
Esporsi per un’idea che solo potenzialmente avrà un ricavo nel futuro: ciò equivale ad un atto eroico da cui molti tendono a sottrarsi.
In certi ambienti stagnanti fare innovazione, corrisponde a creare delle increspature sulla superficie immobile dello status quo (o meglio “stagnus quo”) che si spandono in cerchi concentrici, disturbando i sonni tranquilli di chi vive subito sotto la superficie dell’acqua.   

In questo contesto si presentano situazioni paradossali.
Per esempio la richiesta alla “007” di un “orologio con laser incorporato” sarà considerata, perfettamente plausibile se viene dal cliente, invece sarà classificata come stramberia inutile e costosa, se proposta sotto forma di prototipo da un tecnico interno.
Non si ammazzano così anche le idee ?

Da R&D a R&A

In natura capita spesso che certi sistemi trovino da soli un equilibrio e credo ciò accada anche nelle aziende.
Se non ci sono ruoli precisi per la gestione di R&D cosa succede ?  Succede che coloro che sono impegnati operativamente nel core business dell’azienda nel loro lavoro quotidiano vivono i seguenti fenomeni:

  • individuano colli di bottiglia
  • intravedono possibili ottimizzazioni
  • raccolgono spunti dai clienti
  • rilevano carenza nell’usabilità di ciò che si produce
  • intuiscono ambiti di evoluzione del prodotto

Ciò succede perché, più si vola bassi, alla quota dell’utilizzatore finale e più si ha la possibilità di raccogliere dal campo feedback utili all’innovazione.
Il problema spesso è dare seguito a questi spunti trovando un budget che copra le attività di realizzazione.
A questo punto servono altri elementi:uno sponsor, la comunicazione efficace, del coraggio

L’assenza di una funzione aziendale che si occupa di R&D e che non sta a contatto con il campo è un bene perché spesso queste strutture si rivelano nel tempo dei mostri che si preoccupano di sopravvivere a se stessi piuttosto che produrre risultati.
Le buone idee in effetti sono ovunque all’interno di una organizzazione, pertanto è preferibile che arrivino da una platea più ampia possibile per poi essere canalizzate, censite e vagliate.

Per la mia esperienza raramente un’azienda può fare R&D, più realisticamente ciò che si può fare è Ricerca Applicata.

Nell’ambito di progetti finalizzati ad un cliente, è possibile individuare soluzioni che possano essere replicate in altri ambiti facendo economia di scala.

Un contesto favorevole 

La Ricerca Applicata chiaramente è una sfida più complessa della R&D pura.
Sono richieste particolari doti di equilibrio per scegliere il giusto compromesso tra astrazione e pragmatismo.
Le soluzioni ideate infatti debbono essere applicabili nel contesto richiesto, ma risultare riutilizzabili in altri ambiti.
Per fare ciò, rispettando i vincoli progettuali è necessario avere ottimi progettisti.
Creare un contesto favorevole che presenti delle “anse” in termini di tempo/budget che consentano un approccio ai problemi di più largo respiro.
C’ è bisogno di persone competenti creative e sensibili per individuare aree sui cui applicare tale strategia.
E’ necessario creare momenti di confronto per fare emergere le necessità applicative e i problemi ricorrenti che la comunità di sviluppatori/funzionali incontra.
E’ importante divulgare l’esito dei questa attività in modo tale che la comunità ne sia informata affinché nel disegno delle nuove soluzioni i prodotti della ricerca applicata possano essere usati.
Promuovere la contaminazione tra aree aziendali.
Sostenere e promuovere la formazione continua.
Abbandonare la mentalità del fallimento e del colpevole per abbracciare l’empirismo fatto di piccoli esperimenti utili a scartare ipotesi errate.
Promuovere nei fatti e nella sostanza sentimenti di cooperazione e fiducia a tutti i livelli affinche’ le persone si espongano senza timore di fallire.

“Grazie per tutto il tempo…”

Qualche tempo fa, superato un certo imbarazzo, ho inviato a alcuni amici un mio breve racconto di fantascienza.
Dopo qualche tempo ciascuno mi ha fornito il suo feedback generosamente positivo: ciò naturalmente mi ha fatto molto piacere.
Il punto però non è questo.
Conosco la vita frenetica di queste persone e riflettendoci su una verità mi ha colpito come un maglio: queste persone hanno avuto fiducia in me ed hanno investito un po’ del proprio prezioso tempo per leggerMi.
Di questo sono loro veramente grato.
Solo ora infatti colgo il patto non scritto che si instaura sempre tra chi scrive e chi legge.

Scrivere è un esperienza fortemente introspettiva.
Seguire il filo dei propri pensieri equivale a compiere un viaggio nel proprio io e non è sempre piacevole.
Scrivere però è un salto quantico, perché significa dare una forma ai propri pensieri, fargli una foto che rimane e lascia una traccia di te nel tempo.
In un certo senso è come inviare un messaggio asincrono a qualcuno nel futuro, anche a se stessi al limite.
Ciò ha inoltre strani effetti collaterali, con le proprie riflessioni, per quanto piccole ed insignificanti, è possibile alterare la visione del mondo di chi legge quindi per estensione alterare il futuro.

Chi legge compie un vero e proprio atto di fiducia verso l’autore. Investe il proprio prezioso tempo addentrandosi in un mondo sconosciuto e lasciando che le parole scritte lo attraversino e lo trasformino, cambiandolo irrimediabilmente, per sempre.
Scrivere pertanto è una grande potere, da cui deriva una grande responsabilità.

In fondo però la stessa magia avviene ogni giorno.
Ogni volta in cui abbiamo interazioni con altre persone, sperimentiamo una contaminazione continua e vicendevole, fatta di gesti e di parole scritte e non scritte.
Forse non ce ne rendiamo conto, ma abbiamo tutti, un grande potere da gestire.

“Si puo’ fare!! “

Gene Wilder in “Frankenstein Junior” di Mel Brooks

Non so se nella vita o nel lavoro ti e’ mai capitato d’imbatterti in un problema particolarmente difficile o complesso a cui trovare una soluzione.

A me capita spesso e queste occasioni di solito le colgo come sfide intellettuali con me stesso.

Di solito entro in un tunnel, in cui, attutiti gli echi del mondo esterno, comincio ad analizzare i dati ed il contesto del problema.
Costruisco un modello mentale e faccio piccoli esperimenti concettuali per vedere se il modello regge.

Una volta individuata la soluzione più semplice la realizzo e faccio una prova sul campo poi se l’esito è positivo si pensa ai dettagli.

Credo che tutti i software developer adottino in modo più o meno cosciente un simile algoritmo che ha molto a che fare con il metodo scientifico.

Questo processo solitamente non è immediato.

Nel mio caso l’analisi del problema ha bisogno di un periodo di decantazione e per focalizzare il problema ci devo tornare più volte anche a distanza di tempo.

In certi casi la soluzione emerge da sola, magari di notte mentre mi rigiro nel letto, ma ci vuole tempo.
E’ come se la mente cercasse da sola una soluzione sepolta nel deserto, cercando di farla affiorare lentamente dalla sabbia, erodendo pazientemente le dune con leggere folate di vento.

Naturalmente ciò può essere molto frustrante.

Non a caso per chi opera in campo scientifico è fondamentale associare ad una spiccata immaginazione una robusta tenacia nella ricerca di conferme alle proprie ipotesi.

Non sempre si ha disposizione tutto il tempo necessario.

Perciò spesso, con spirito pragmatico, si adotta una soluzione temporanea e si rimanda una soluzione più elegante alla prossima occasione.

Nella ricerca della soluzione c è tutto il nostro io, con il bagaglio di conoscenza accumulato nel tempo, gli errori fatti e i successi compiuti.
E’ proprio questo patrimonio di esperienza che può influire in modo decisivo sui tempi di individuazione della soluzione.

Ciò che mi affascina di più, è il processo mentale di costruzione ed esclusione delle soluzioni alternative.
Usando l’immaginazione la mente crea dei micro universi alternativi e vede se funzionano.
E’ creatività allo stato puro, perché si plasmano idee e concetti prima della materia e ciò rende il processo molto efficiente.

E’ come se la conferma della correttezza di una teoria fosse una profezia che ci viene rivelata.
La mente crea un universo futuro e vi si proietta, lo osserva e si convince della sua consistenza.
Un vero e proprio atto di creazione a cui segue l’effettiva alterazione della materia: la mente plasma il mondo.

L’esclamazione del Dott. Frankenstein esprime in modo emblematico la magia del momento in cui la mente si convince che un pensiero può concretizzarsi nel mondo reale.

Il Teletrasporto esiste


Il teletrasporto dell’astronave Enterprise non esiste ancora.
La fisica quantistica si sta interrogando su questo affascinante fenomeno a livello di particelle ma nulla di più.
Il COVID ci ha dimostrato che è si possono far viaggiate le idee piuttosto che i cervelli e puff! via le automobili.
Con le stampanti 3D anche la logistica sta lentamente cambiando, possiamo trasmettere dati e produrre oggetti nel posto in cui servono e puff! via anche le fabbriche e i trasporti.
Pensandoci bene però un sistema efficace ed economico per teletrasportarsi verso altri universi esiste già: i libri.

Chi ama leggere lo sa perfettamente. Aprire un libro ed immergersi nella sua lettura ha il potere di estraniarti totalmente dalla realtà in cui ti trovi.
Può farti dimenticare per un breve lasso di tempo ciò che sei, i tuoi problemi e proiettarti in luoghi sconosciuti o mai esistiti fino a vivere letteralmente un’altra vita.

Un film per quanto bello non può compiere questa magia.
La sua multimedialità può travolgerti, ma non può stimolare la mente quanto può farlo un libro.
Guardando un film assisti passivo a ciò che il regista ha immaginato per te e tutto è sottoposto alla sua intermediazione, non spazio per l’immaginazione.

Un libro è un’esperienza che vivi in prima persona nell’intimo della tua mente.
Mentre leggi, inevitabilmente, le parole si trasformano in immagini mentali e stai creando un tuo personalissimo film: sei il regista di te stesso.
La lettura di un libro pertanto ti arricchisce quasi al pari di un viaggio, perché se il libro è di qualità, alla fine in quei luoghi è come se ci fossi stato e quelle esperienze è quasi come se le avessi vissute.
In certi casi ti affezioni ai personaggi al punto tale che terminare la lettura del libro è triste come salutare per sempre dei cari amici.

Per ironia della sorte, in un momento storico in cui abbiamo accesso illimitato e a basso costo a tutta la letteratura mondiale, non leggiamo più.

Io invece non ho perso l’abitudine, anzi appena posso mi teletrasporto.
E’ facilissimo, apro Kindle sullo smartphone, pronuncio la frase di rito:
“Signor Scott… energia!” e puff! in un attimo posso andare su Arrakis, Vigata, le Termopili o Waterloo.
E’ un fantastico super potere, con interessanti effetti collaterali: io ho sviluppato la totale invulnerabilità alle code.
Quando sono in attesa del medico o alle poste, in realtà è solo mio corpo che sta facendo la fila, la mente è altrove.

COVID-19

Primavera 2020, siamo in piena emergenza virus.

Stiamo reagendo, siamo fiduciosi, ma in realtà non sappiamo quale sarà l’esito di questa battaglia.

Questo sentimento di incertezza e di impotenza ci disorienta, perché è nuovo per la maggior parte di noi. Possiamo solo fare qualche riflessione. 

La globalizzazione ci ha reso fragili. Il sistema economico e produttivo degli stati e’ totalmente interconnesso quindi poco resiliente. Taleb  sostiene che le organizzazioni piccole sono più robuste ai cambiamenti. Paradossalmente per affrontare una pandemia dovremmo coordinarci a livello europeo o mondiale, ma non ci siamo.

Chi è preposto a tutelare la salute pubblica conosceva il rischio, ma non è stato proattivo. Cercare il colpevole in questa fase non è utile, farlo successivamente sarà etichettato come dietrologia, ma senza feedback non possiamo migliorare. 

Il copione si ripete: le cassandre hanno lanciato l’avvertimento, ma nessuno ha lavorato per fronteggiare un simile scenario, ed ora cerchiamo un eroe che risolva un guaio che non ci siamo preparati ad affrontare.

Dominiamo i dati, ma difettiamo a livello di azioni e comportamenti.

I più fortunati, non infetti e non impegnati in prima linea, devono stare a casa per evitare il contagio, ma non siamo abituati agli arresti domiciiari.

Il risveglio dal nostro “sonno digitale” e’ stato brusco ed inaspettato. Da un momento all’altro gli italiani sono in pericolo di vita, sensazione mai vissuta per chi è nato dopo la seconda guerra mondiale. La reclusione in casa propria può sembrare dura, ma è una esperienza ben diversa da chi è vissuto nei rifugi antiaerei durante i bombardamenti in tempo di guerra. 

Ne usciremo diversi? Credo di sì, almeno in parte.

Daremo un nuovo significato alla libertà di movimento.

Rivedremo le nostre priorità abbandonando le preoccupazioni per ciò che è futile. 

L’economia ne risentirà e sarà un problema, ma dopo, solo se resteremo in vita.

La prorita’ assoluta è sempre sopravvivere. 

Non rimandaremo più le cose a cui teniamo, perché la verità è che non abbiamo a disposizione un tempo infinito

Acquisiremo una consapevolezza nuova:  la rivoluzione digitale ci ha dato l’illusoria sensazione di poter fare tutto facilmente, ma rimaniamo degli esseri molto fragili e facciamo parte di un ecosistema delicato.

Stamattina in giardino con il traffico quasi azzerato, al di là della rete di recinzione, uno stormo di uccelli su una quercia. Il loro cinguettio riecheggiava prepotente per tutta la campagna, sembrava quasi la risata beffarda della natura a sottolineare  la sua supremazia. 

We no need others heroes

Durante il mio percorso lavorativo ho avuto il piacere di conoscere persone molto speciali che ricoprivano in azienda il ruolo dell’eroe.

Si tratta di persone brillanti, competenti e con un alto senso del dovere che, con la loro esperienza, anticipano i problemi, se ne fanno carico e li risolvono compiendo sforzi eccezionali.

Per queste persone la parola “impossibile” non è mai stata scritta e fallire non è un’opzione contemplata.

Lavorare con loro può essere difficile ma è molto entusiasmante.

Ciò che a mio avviso rende veramente grandi queste persone è che portano il fardello sulle loro spalle e raggiungono la vetta con le proprie forze senza clamore.

L’energia sprigionata da queste persone è percepibile nella passione che mettono nel fare il loro lavoro e ciò a mio avviso li rende dei leader naturali perchè sanno essere trascinanti.

Queste persone sono gemme preziose per le organizzazioni e per i team in cui operano.
Spesso però i valori che li caratterizzano: franchezza, trasparenza e coraggio confliggono con le logiche delle organizzazioni dove i manager sono impegnati a mantenere lo status quo e ai fatti preferiscono le schermaglie politiche.
Ciò paradossalmente rende gli eroi al contempo utili ma spinosi.

A causa della loro utilità sul campo e della loro ruvidezza, spesso queste persone sono relegate in ruoli intermedi in cui sono continuamente impegnati a spegnere incendi e vengono esclusi dalle riunioni in cui vengono prese decisioni strategiche.

La presenza conclamata di eroi aziendali e la loro mancata valorizzazione ha degli effetti collaterali indesiderati anche gravi che spesso vengono ignorati.
Il punto è che se fare l’eroe è pericoloso faticoso, ma non offre alcun vantaggio, si tratta di un modello non vincente che gli altri non seguiranno.
Chi non è un eroe e non ne subisce il fascino, non ha alcun buon motivo per emulare quel comportamento e farà il proprio dovere al minimo sindacale adottando la nota strategia “del fil de gas”.

D’altro canto un eroe è tale a causa della sua natura e non per scelta, per cui se la natura degli individui è insopprimibile e il suo modo di essere non viene valorizzato nel contesto in cui si muove, alla lunga si troverà costretto a fare l’eroe altrove.

In sintesi credo che un’organizzazione sana dovrebbe cercare di elevare tutti a livello di eroe, ma contemporaneamente dovrebbe strutturarsi per non averne bisogno mai se non in casi veramente eccezionali.